domenica 27 giugno 2010

liuti e megattere, suoni di.

se c'è qualcosa che non ho voglia di fare, quella cosa sono io.
resto a spazzare il terrazzo dalle foglie di basilico e mi maledico.

qual è la cosa che ti fa più paura?
qual è la cosa che ti rende più felice?

possono anche durare un attimo, possono anche coincidere.
basta che tu me le dica, ho bisogno di puntini su questo piano cartesiano.
ho bisogno di averti qui, seduto accanto a me, manica contro manica, silenzio sommato al silenzio.

capitani ammainati chiusi nella stiva. marinai coraggiosi che ormai non chiedono più niente, e conducono questa nave anche se la rotta è la deriva.

l'importante è esserne tutti consapevoli.

scusa se parlo per metafore, scusa se intreccio la trama e da un filo ti porto un arabesco.
ma la vita, così come ce la confezionano, non mi piace.
i fatti li vivo, ma la cronaca non la voglio.
sapori amari, o insipidi, o bruciati.

se non mi condisci un po' la realtà, io non la mangio.

lunedì 21 giugno 2010

fiori di vetro.

il mio cane mi buca le mani mentre parliamo di progetti a brevi termine.
noi l'estate non la calcoliamo neanche, l'estate dura il tempo di dieci libri, o tre mattonate.
dopo che avrai letto proust -ma sei sicura che sia già il momento?- dopo che avrai letto proust, dicevo, sarà già di nuovo freddo e la tua pelle bianca si ritroverà a suo agio mimetizzata nella città.
ora ci separiamo solo qualche attimo, il tempo di cambiare delle cattive abitudini con delle altre più a buon mercato. tu sei la donna del giovane cantante che urla, e solo tu conosci la tua fatica e la tua pazienza. io mi sono trovata tra le braccia un mercante di seta e di drappi, mentre correvo dietro al cantautore e scrivevo frasi d'amore sui sottobicchieri. poesie come tagliole nel bosco.

ci sediamo sulla mia terrazza fiorita, e parliamo come se fumassimo sigarette. contemplazione e silenzio. guardami, è qui che annaffio i fiori e tengo lontane le emozioni.
ti dico che questa casa è molto bella e ci verrà molta gente.
vorrei che veniste tutti.
venite tutti.

poi in un secondo sentire il mondo scricchiolare, tutto l'allarme di questo pianeta chiaro dentro. l'urlo di mille voci, il mosaico di un milione di disastri, il pugno sul lobo.
dura un brivido e il muscolo si decontrae.

siamo sul titanic, a ballare in prima classe.

mentre io compongo quadri e tu elogi le mie lampade, dici che il bello ci salverà.
lo so. curo i dettagli.
tutto è inutile, ma niente è irrilevante.

venerdì 11 giugno 2010

piazza castello.

e così torno.
ciao occhi gentili.
le mie pupille sono grigio antracite, ho caldo.
salti mortali, evoluzioni aeree, sbandamenti di orbita.
in questo silenzio sono passata da tokyo a san paolo, da shanghai a rio de janeiro.
ping pong sull'emisfero per ricadergli tra le braccia nel centro di milano.

nella casa nuova oggi ho portato tutti i libri e le piante.
sono le prime piume nel nido.
domani i dischi.
i vecchi 78 giri del nonno sono la morfina per l'anima.
ho pianto e gridato come un'adolescente isterica davanti a una boy band.
che sfigata.
devo esserti sembrata eccessiva, e non hai parlato per un po'.
mentre scartavi i piatti io continuavo a piangere davanti al grammofono.
dio mio, ma cosa vuoi che ci faccia?
ho sbagliato epoca, non appartengo a questa storia.
è questo charleston graffiato dalla puntina la mia sigla.

comunque ti abitui alle mie stravanganze intime.
ti piace il fatto che nessuno sappia niente, e che da fuori io sia controllatissima.
poi sulla mensola nessuna foto e niente quadri.
quattro lettere di acciaio enormi.
una c, una a, una n e una e.

e noi zitti a guardare, il mondo che mi sto creando.

giovedì 13 maggio 2010

speranza autoimmune.

tra i tanti blocchi dello scrittore che già ho di mio, ora ti ci metti anche tu.
tu che sei un meccanismo sconosciuto, tanto complicato quanto insospettabile.
da una parte mi plachi, dall'altra mi spii.
e io non mi ricordo cosa stavo per scrivere, o non mi sembra più così urgente.

arrivo in ritardo.
sono in differita con i miei contenuti.
sono la traduttrice dei miei pensieri.

camminavo per il marais pensando alle solite cose.
se dio esiste, c'è qualcosa che non va tra di noi.
ci vuole troppa concentrazione per parlare con lui.
se davvero dio esiste, non ci ama come ci hanno insegnato.
o non ci ama come vorremmo essere amati noi, con presenza e tolleranza.
se dio esiste, costa fatica.

se l'universo ha un senso, non è studiando fisica che lo capiremmo.
se si espande o si ritrae, noi rimaniamo comunque piccoli.
piccoli nelle nostre scatole craniche, piccoli nei diametri dei nostri abbracci.
in qualunque modo sia cominciato o dove stia andando, siamo noi quelli che girano su se stessi.
al cern ci daranno numeri e parentesi fratte, o magari una mega esplosione, che sarà la risposta più esauriente.
l'universo è solo un'unità di misura.

arrivata a place des vosges mi girava la testa.
stavo pensando al senso di colpa, alla redenzione, a qualcosa che non riesco a ricordare.
il petrolio. l'euro greco. la prova bikini.

prima che il mondo tornasse a farmi paura, sei arrivato tu.
avevo una fame da lupi.

mercoledì 21 aprile 2010

la scollatura.

io da piccola non sognavo di fare l'astronauta, la ballerina o lo scienziato.
da piccola non rispondevo a questo genere di domande.
si poteva fare tutto, c'erano tutte le condizioni.
e comunque non avevo tempo per pensare a quelle cose.
avevo da scrivere.
scrivevo forte, ai tempi.

poi non so esattamente cosa sia successo.
come sempre, se me lo chiedi dopo, non riesco a farti la ricostruzione cronologica degli avvenimenti.
filastrocche interrotte, raffreddori e viaggi infiniti.
più vendette che traguardi.

se mi chiedi cosa voglio fare da grande ancora non lo so.
ma sento avvicinarsi la minaccia del condizionale passato.
dell'avrei potuto fare.
dell'avrei voluto essere.
quello scarto grammaticale tra desiderio e rimpianto.
il lasso di tempo scandito, gli ultimi granelli della clessidra, la lancetta che va dalla speranza alla disillusione.

anche accettare è una forma di sconfitta.

amore mio, ma quanto tempo sto sprecando.

ogni giorno che passa è un futuro che perdo.

martedì 13 aprile 2010

karasu.

a aoyama-bochi mi baci tra le tombe e i petali bianchi, e io la trovo una cosa molto bene impaginata.
ti dico che i ciliegi in fiore entrano a gamba tesa nella top ten delle cose splendide viste in vita, ma che amo molto anche questi corvi.
sono dei corvi neri enormi, sprezzanti, inquietanti nella loro bellezza.
akiko ci spiega che la sakura rappresenta la vita che nasce. la sua effimera durata. e i corvi neri sono simbolo di morte. presagio, memento.
tu scuoti la testa e con voce seria mi chiedi perchè sono ossessionata da questa idea della morte.
e dire che per una volta io non ci avevo nemmeno pensato.
almeno, non coscientemente.
ti rispondo che i rami fioriti senza corvi sarebbero solo romantici.
con i corvi sono sublimi, nel senso antico del termine.
roba da avere paura a guardare, ma non riuscire a distogliere lo sguardo.

non sei convinto.
non so se non capisci o non approvi.

poi passeggiamo per ueno. ti guardo di spalle, ti vedo da fuori.
inciampo in giapponesi ubriachi fradici e scomodi pensieri, che sono sempre lì a rovinarmi il campo visivo, come i granelli di polvere sull'obiettivo della mia nikon.
ti devo dire una cosa, ma non so esattamente cosa.

va tutto bene.

ci penso anche di notte, quando cammino da sola per le vie epilettiche, con il fuso orario e il quadernetto portati da casa.
è tutto vero, quello che ci hanno insegnato i cartoni animati giapponesi negli anni novanta.
anche le polpette di riso triangolari con il pezzo di alga per tenerle in mano.
a shinjuku compro felicità temporanee a poco prezzo.
compro pause.

va tutto bene.

nel ristorante a strapiombo sulla città ho le vertigini, e non è l'altezza, e non è il vino, e non sei tu.
è che sono vicinissima a capire qualcosa, e la forza della verità mi stordisce.
ma anche questa volta resto nel limbo del quasi.
riportami in albergo, amore mio. ho mal di testa, ho una stanchezza perenne.
come se i pensieri nella mia testa si formulassero in norvegese.

siamo soli a essere in due, e siamo in due a essere soli.
tu mi offri braccia forti e abbracci tenui, piatti pieni che ingrassano e non saziano, occhi buoni e sorrisi senza rughe.

un amore pacifico.


una tenera noia.




va tutto bene.

mercoledì 31 marzo 2010

nei tumulti delle civiltà. op cit.

me la sono cavata in quindici scatoloni, saltandoci sopra con le ginocchia.
la retorica della mia vita mi spezza la schiena.
e mi fa venire la febbre.
mentre mangio un gelato alla tachipirina al parco con c, mi rendo conto che i problemi del mondo si risolvono nella verbalizzazione.
diverse parole portano a diversi significati che disegnano diverse realtà.
anche se in verità l'azione è la stessa, detta in modo diverso cambia.
non è solo punto di vista, è anche enunciato.
quindi con una frase ballerina lei mi corregge la trama, e gli attori entrano in scena con maschere diverse.
più rilassate.

oh vita,
ti amo più di quanto ti capisco.

cosa posso dirvi, anime?
amatevi.
forse non avrà uno scopo, ma è una tra le attività migliori per passare indenni l'indifferenza del tempo.
create armonia.
la volgarità, l'arroganza, la violenza e il brutto sono le metastasi del tumore dell'inutilità dell'universo.
pensate sempre, e dubitate molto. questo può fare meno bene all'organismo, ma vi assicura il giusto distacco dal fango.

e poi accarezzate i cani.

domani trasloco dal naviglio a porta venezia.
passando per tokyo e shanghai.
eh sì.

martedì 30 marzo 2010

tre cose distinte.

ricostruivo a piccoli frammenti la sua vita, nel modo più insospettabile e discreto.
raschiavo la superficie delle relazioni e poi ci mettevo un mobile sopra, così non se ne accorgeva nessuno.
sapevo dove aveva vissuto, con chi, cosa aveva provato. come si vestiva e cosa voleva.
ero arrivata a sapere il suo gusto di gelato preferito, il tic nervoso di suo zio e quell'incidente alla sua festa della comunione.
sapevo anche come respirava durante l'orgasmo.

pensate, non l'avevo neppure mai incontrata.

poi lui mi ha detto che trovava irresistibilmente sexy le mie magliette stropicciate, il mio modo di pronunciare le esse e quando mi asciugavo le lacrime con gli avambracci.

e il vuoto mi è sembrato un po' meno pieno di importanza.
ho abbandonato i miei personaggi non scritti, nel bel mezzo del loro copione bianco.
tutto si è diventato troppo buio per essere visto, fuori dal fascio di luce della sua torcia.


(prima di svegliarmi ho rifatto il sogno.
l'ho raccontato a mia mamma, soffiando sul caffè bollente a colazione.
lei ha detto solo: no, ti prego.)


(ero molto tranquilla, mentre mi sollevavo sul cornicione della mia nuova casa e mi lasciavo andare di sotto.)


(ma mamma, cristo dio, perché non capisci.
ero davvero serena.)

domenica 28 marzo 2010

il cotone del tuo amarmi.

non sono nemmeno atterrata che già sfrecciamo giù per la rambla.
la città ci offre il suo cielo migliore, e io mi asciugo al vento della cabrio la pioggia di milano tra i capelli.
vedrai, mi gridi, ti farà impazzire.
me volverà loca? ti urlo io.
no, boig, rispondi, cercando di pronunciare bene, qui si dice boig.
anche questa sai, amore mio. ma come fai?

a la boqueria poi, tu ovviamente conosci tutti.
io mi chiedo come sia possibile che la gente si ricordi di te.
tra i milioni di turisti e passanti, loro ti chiamano per nome.
ti avranno visto sì e no un paio di volte nella vita, ma ti contendono tra sorrisi e abbracci, ti omaggiano più di un buddha birmano.

mentre tengo in braccio una papaya, tre chili di prosciutto, un sacchetto di frutta secca e un gambero rosso crudo, e vedo quanto sei amato dalla gente, penso che devi essere davvero una bella persona.

non che non lo sapessi già, ma a volte mi commuove vederne gli effetti.

sei una bella persona.
tu lasci nel mondo un solco iridescente, e la gente che incroci sulla tua strada ti riconosce ti osanna, come i delfini sulla scia della nave.
sei un uomo buono.
fai del bene. tu produci il bene.
e io la so quella storia del bene che ritorna, ma in realtà mi stupisce sempre.

fai a pezzi il mio cinismo con il tuo vivere quotidiano.

poi seduti al pinotxo ti ritrovo, nella nostra forma intima e conosciuta.
juanito ci serve ogni ben di dio, ci versa il vino e ci imboccherebbe pure, se non lo stessi già facendo tu con me.
come stai? cosa hai fatto in questi giorni? ti sono mancato?
mentre i colori sfrecciano veloci ai bordi degli occhi, precipito nel buco nero delle tue pupille gentili, e sento il cotone del tuo amarmi ricoprire gli spigoli e le schegge delle mie incertezze.

solo così possiamo camminare uniti, senza farci male.



giovedì 25 marzo 2010

cerco persone da amare.

charlie brown diceva I need all the friends I can get.
probabilmente avrebbe avuto i cinquemila contatti facebook e sarebbe andato alle pizzate con i compagni delle medie.
oggi ho camminato in strada per ore e risposto più o meno a sguardi, domande, sorrisi. ogni volta che incrociavo qualcuno pensavo a chi fosse in realtà. a cosa avrebbe fatto una volta tornato a casa, cosa leggeva, come si sedeva a tavola, a chi rispondeva al telefono, la sua routine al mattino, come metteva le mani quando pensava.
mi dicevo, chissà se potrebbe essere mio amico.
chissà se potrebbe diventare una persona da amare.

la pura e semplice verità del mio esistere oggi.
cerco persone da amare.
I need all the friends I can love.

come il mio fruttivendolo al mercato coperto.
come l'oste di via rovello.
come la mia amica j, anima affine.

ho un surplus d'affetto da destinare a chi sa cosa farsene, e sono sempre aperti i colloqui.

è così difficile trovare persone tra la gente.



domenica 21 marzo 2010

le rane.

sotto la doccia ti ho insaponato i capelli, massaggiandoti lentamente il cranio.
stavo dietro di te, non ti vedevo ma sapevo immaginare la tua espressione.
scommetto che avevi gli occhi socchiusi.
poi ti ho risciacquato con calma e attenzione, e ti ho messo il balsamo, il mio.

a dieci metri dal suolo le nostre esistenze hanno la giusta dimensione.
si ridimensionano desideri e problemi, speranze e drammi in corso.
l'inutilità dell'individuo è direttamente proporzionale alla distanza da cui lo si osserva, e io mi sento sollevata dall'incarico del senso.
siamo tutti più vulnerabili, siamo tutti più volubili.
e le secrete cure che al viver tuo furon tempesta non sono altro che ininfluenti interferenze atmosferiche.
a questo pensavo passeggiando per brera, guardando all'insù.

ti ho massaggiato le ciocche una ad una, sciogliendo i nodi tra le dita.
poi con la schiuma ti ho disegnato scie.
dalle tempie alla testa, scivolando sulla nuca e il collo, allargando sulle spalle e giù per tutta la schiena.
lì ti ho preso e ti ho girato, e mi sono inginocchiata.

un giorno, se anche io non andrò sempre fuggendo di gente in gente, ti prometto che sederò con te a condividere le poesie imparate a memoria.
e ti spiegherò bene la mia teoria sul teatro.
ti parlerò delle città che ho vissuto e di quelle che ho immaginato.
e ti racconterò tutto quello che so sull'astronomia e quel poco che ho capito di me.
delle risposte che non mi sono mai data, delle sensazioni dei traguardi, delle scorciatoie dal nulla verso al nulla, del prezzo che ho dovuto pagare.
sarà dolcissimo.
la comunione, l'oblio.

mentre l'acqua ci benediceva, non ti vedevo ma sapevo immaginare la tua espressione.
scommetto che avevi gli occhi socchiusi.


martedì 16 marzo 2010

quando ci malmenavamo, oh! come eravamo felici.

rivendico il mio diritto al malessere.
il mio diritto all'asocialità.
al cellophane di uno sguardo astioso che tiene lontano gli altri umani.

in verità vi vorrei tutti attorno. un abbraccio collettivo per salvarmi dall'ansia. ma alla fine le uniche due braccia che mi possano davvero aiutare sono le mie, e le sto usando per tutt'altri scopi.
sto comprimendo un anno e tre mesi di via valenza 17 in scatoloni da discount e sacchi neri. mai metafora fu più appropriata.
la rapida svalutazione della mia vita da giovane.

piango. diamine se sto piangendo.
trascuro deliberatamente le cause e guardo gli effetti: lacrime e rimmel su magliette e vestiti che nemmeno mi ricordavo di avere.
barricate nelle profondità dell'armadio, custodi di profumi e macchie di un'era geologica trapassata. si può forse non piangere? a me viene da morirne.
comincio a pensare che per correttezza intellettuale non dovrebbero più essere indossate, né tanto meno trasportate nella nuova casa. come certi pensieri, come certe speranze che mi ero messa addosso, ormai fuori moda, ormai troppo strette.

come quando mia mamma faceva i sacchi di vestiti da dare ai bambini della bosnia.
in questa scatola mi abbandono in mezzo alla strada.
mi sto amputando.


lunedì 8 marzo 2010

cormorani.

le parole che mi dici sono difficili da capire.
e io che ti siedo davanti in questo tavolino di un caffè affollato vorrei che il cameriere mi portasse dei foglietti illustrativi, dei depliant con le varie offerte, con la mia faccia di qualche anno più vecchia, sorridente o triste, svuotata o spaventosamente consapevole, così da poter scegliere, così da poterti rispondere a voce alta.

per non iniziare mai, rimando sempre a domani.
per non finire mai, rimando sempre di qualche ora.

è tutto sfocato.
a te piace buttarti e sfracellarti.
tanto cos'hai da perdere?

sei contemporaneo.

io sono una vetrina di mappamondi, teschi, piume di struzzo e scrigni tarlati.
cilindri di velluto coperti di ragnatele e maschere di venezia.
pentagrammi ingialliti, pipe di oppio e ciotole di argento, per cani di polvere.
mappe antiche e vetri rotti e anelli per dita piccole.

oggi siamo gabbiani superbi sugli alisei.
oggi siamo cormorani in un mare di petrolio.

ormai siamo troppo giovani per fare queste cose, amore mio.

giovedì 4 marzo 2010

o bianco? non ricordo.

a colazione uova fritte e caffè nero.
come i detective negli hardboiled anni ottanta che tanto ti piacciono.
la verità è che non riesco più a tornare italiana, e il cappuccino lo ordino a cena.
siamo stati via così tanto tempo che il cibo in frigorifero è marcito e gli amici si sono dimenticati di noi.

il nostro piccolo mondo antico deteriorato in tutta fretta.

e ora?
mi affaccio dal dionisiaco al pianeta buio solo per un attimo.
vivo in un olimpo di tempo sospeso.

ho così tante cose da dire che rimango in silenzio.

come la somma di tutti i colori che fa nero.


mercoledì 10 febbraio 2010

anecumene cardiaco.

e tu mi dici, è un film triste, non ci andare.
e io ci vado e poi ti scrivo che è il film più triste dei film tristi.
ma tutta la vita un fellini in bianco e nero piuttosto che un avatar in 3D.

e ti scrivo che comunque, alla fine, la mia dolce vita sei tu.



il termine indica le terre emerse che, per le loro caratteristiche fisiche o climatiche, non sono adatte all'insediamento umano.



venerdì 5 febbraio 2010

intensità offese.

domani i miei vestiti saranno di nuovo puliti, stirati, addormentati composti nell'armadio.
i capelli imbavagliati, la pelle zittita.
torneremo a sapere di sapone e buone maniere.
proibirsi a vicenda.

e verrò a tavola con te sorridendo a occhi bassi, a labbra chiuse. sembrerò solo un po' stanca e tu non ti preoccuperai.

smalto rosso che accarezza distratto lo stelo del bicchiere.
smalto rosso che schiaccia le briciole di pane sulla tovaglia.
smalto rosso che non ti graffia più la schiena.



ho lavato i denti fino a farmi male, sentire il sapore salato tra la menta.






lunedì 1 febbraio 2010

nidi.

molto presto.

le case che è bello immaginare, arredate in modo assurdo.
io che porto una scatola di libri, tu i jeans di ricambio.
tu le bottiglie di scorta, io una coperta abbastanza spessa da tenerci caldi.
o da sdraiare sul pavimento, anche se mi pizzica la schiena.
lo spazio per la cuccia, che tu hai capito culla. e io ho sorriso e non ho ripetuto cuccia.

siamo genitori di bambini che non esistono, che amiamo così tanto da non farli nascere.
i figli che lasciamo in forma astratta per proteggerli dal mondo.
e farli crescere a seconda del nostro umore, o delle scarpe in vetrina che compriamo virtualmente.

tu vuoi una femmina, che assomigli a me.
io vorrei un maschio, cucciolo d'uomo.

che poi finiamo sempre in posti dove non c'è spazio per il passeggino.
e mi fotografi un seno verginale all'oscuro di tutto.

ma so che quando facciamo l'amore, anche tu ci pensi.



forse sto impazzendo.


mercoledì 27 gennaio 2010

cartoline, libri e vinili sono piastrelle.

compro un lilium anche se so che per portartelo mi gelerò le mani.
non le ho tirate fuori dalle tasche nemmeno per salutare lei che partiva, in treno, mentre ora sono qui con il palmo aperto sotto un bocciolo che ciondola per paura che si stacchi.
tiro su col naso un attimo prima di citofonarti.
poi saranno sorrisi e coriandoli, ciotole piene e cellule in rimescolamento.

sono tornata.
che sciocca ero, pensare che bastasse sguazzare l'atlantico per dimenticare tutto.


venerdì 22 gennaio 2010

come se tutto fosse permesso.

cos'e' forse questo?
il richiamo della carta vetrata?

che mi manchi la vita che ci sta dietro azzannando i polpacci?
o il freddo che taglia la faccia e le parole?

fette di torta e cioccolata calda, velluto e caminetto acceso, ma non corrompi l'essenza bastarda della mia vera natura.

mi piacerebbe finire tutto bene come e' cominciato.

che almeno non mettano titoli del cazzo, il giorno dopo, quei fottuti bastardi.

lunedì 21 dicembre 2009

succo brasil.

tornavamo dalla germania e andavamo a venezia in treno. pochi ricordi: la prima estate con gli euro, mi ero tagliata i rasta e bevevo succo brasil.
non credo alla profezia del tetrapak. non so perchè mi torna in mente adesso, il succo brasil, mentre torno in questa milano siderale.
ho lasciato un pezzo di carne a san paolo. new york povera e tropicale, cartone animato per adulti dai colori imprevisti, discese e salite tra le classi sociali e le briciole del crack.
eravamo tutti nudi anche se vestiti.
e i muri dipinti, la frutta tagliata, i mondi edificabili.




sono una ragazza fortunata, privilegiata, ipernutrita.

eppure, in un angolo nascosto della mente, non riesco mai smettere di piangere.

mercoledì 25 novembre 2009

un timone per cercare la rotta via.

è un mondo di merda e biscotti, una giungla di asfalto e lenzuola.
una lista di cose da fare a occhi chiusi, noi dormienti.
una tosse di lana, occhi incollati negli occhi, senza vergogna, senza contegno, senza pudore.
mi è bastato salire, e con tutti gli sconosciuti del tram, ho fatto l'amore.

che arrogante che sono. che egoista, carnefice.

ma quando ti bacio anche i denti sono di troppo.
e nelle foto mi dici le labbra sono più belle se socchiuse e la tua voce è più bella in silenzio.


claudia mi ha portato da parigi un timone per le mie burrasche.

domenica 22 novembre 2009

tensione deliziosa contro novembre nella testa.

per averti scorto dalla vetrina dei dolci, peccato della carne tra i peccati di gola.
aver contato quante tazze c'erano sul tavolo prima di avvicinarmi.
e averti fatto un agguato alle spalle, la prima scusa per toccarti.
poi per le ovvietà balbettate, per le osservazioni sul meteo, per le dita che cominciano a tormentare la gazzetta.

per esserci seduti insieme e aver ordinato la stessa cosa.
aver vangato anche tu tra l'imbarazzo, cercando il mio sentiero.
e gli sguardi bassi sui cucchiai, sulle venature del tavolo, sui bordi delle tazze.
per come cazzo la mano ti tremava quando mi hai passato la bustina di zucchero.

e via, anche per la chiamata della tua fidanzata, che ci ha rimesso a posto come l'entrata della maestra in classe.
per averti sentito dirle la verità, e chiamarla amore.
per come le hai parlato, e per come le hai appeso.
per il sorriso che hai fatto dopo, e per il pezzo di strada in più accompagnandomi.

che ho tolto la giacca appena dopo l'angolo e mi sono fatta aria con la repubblica fino a casa.
che ho ringraziato madonne e santi e animali della fattoria.
che mi rifacevo la cronaca dell'incontro con i mamma mia come congiunzioni.

per questa tensione deliziosa.
solo per questa tensione deliziosa è valsa la pena smettere di leggere, alzarsi dal letto, e affrontare il catrame di novembre in questa domenicadi nero e nulla.


giovedì 19 novembre 2009

milano, via vincenzo monti.

e così ho visto ultimo tango a parigi e mi sembrava la versione per l'infanzia del nostro ultimo giro di valzer a new york.
ci siamo spaccati che in più parti non era possibile, come il mio vizio di frantumare il guscio dell'uovo fino a quando diventa polvere e mia mamma me lo porta via -che va che casino hai fatto.
non ho più una faccia, una dimensione.
cerco lavoro non sapendo esattamente cosa offro io.
tipo che potrei mettermi a tirare tutti i bignè all'improvviso.
o dare tutti i soldi della cassa come resto a chi mi paga un caffè.
sarebbe divertente.
avrei qualcosa da raccontarvi, alla sera.

è che tutto va bene finché qualche pensiero non si appoggia sull'interruttore della luce.
e lì c'è il black-out, c'è il buio improvviso. c'è un po' d'ansia, un po' di mostri, un po' di te.

e hai voglia a prendere la torcia dei respiri calmi e profondi.

milano, via vincenzo monti, il tacco nella rotaia del tram, il tram che arriva.
e se non mi sposto?
e se non mi sposto...

salvata da un vecchietto di passaggio.
sollevata di peso come una statua in bilico.
un corpo novantenne, la forza di chi non è ancora sceso dal ring con la vita.
due guerre mondiali alle spalle e una inconsapevole tra le braccia.

domenica 15 novembre 2009

conca di parole potabili. utero narrativo.

giornate troppo vuote per aver ventanni.
giornate da ospizio, grazie a dio non ho la televisione in casa ad aumentare la percezione della solitudine.
giornate di novembre in cui vorrei gli amici che ancora non conosco.

che mi salva il credito esaurito dal chiamare una mediocre compagnia.
che mi salva l'estetista con l'influenza dal cercare te per un sesso breve.
giornate da fare i conti con gli specchi e con il proprio carattere.

quando i difetti diventano abitudini.
quando la pigrizia diventa indolenza.
quando la noia diventa quotidianità.

mi devo arrangiare.
vado a vedere nei recessi della testa se trovo dei personaggi che mi intrattengano un po'.
scrivo qualcosa di carino da leggermi stasera.
e scrivo per me, non chiedermi di farti leggere.

per favore.



venerdì 13 novembre 2009

liturgie allo specchio.

senza contatti.
porto con rassegnato orgoglio il mio stendardo di fallimento. perché non provarci nemmeno è perdere in partenza.
con tutte le ciglia sbattute invano, tergicristalli che stridono sul vetro secco.
le pareti macchiate di sospiri, mura porose sature di vapore umano.
pezzi di pelle sotto le unghie, incastreranno l'assassino.
non ti preoccupare, amore mio. ti scagiono io. mentre lustri i tuoi stemmi, accarezzi le tue donne, giri le chiavi di casa con l'enfasi del taglio del nastro.
oggi sciolgo il nodo, oggi tolgo il velo.
perché oggi trema la casa.

hai paura di ottenere ciò che vuoi?

non ti vedo, non so dove sei, siedo nello sgabello all'angolo del locale e guardo solo la porta.
perché non ho niente da fare, per battere sui tasti, per fare male -malissimo- a un foglio. non per aspettarti, nemmeno più.
quando ho lasciato il lago, avevo una borsa piena di vestiti e libri. in parti uguali.
una bottiglia d'acqua e la chitarra.
che poi ho venduto per comprarti il regalo di compleanno.
che tu hai venduto per ricomprarmi la chitarra.

il nostro amarci impacciato ci è costato cento euro di rincaro e cento giorni di vita.

mercoledì 11 novembre 2009

giro come un vinile.

io.
che vado a comprare il giornale nell'edicola sotto casa tua, nonostante si trovi esattamente dall'altra parte di milano.
che riesco a mappare i tuoi spostamenti senza pedinarti.
che ti lascio scoprirmi a piccole coincidenze, entrare nel tuo campo visivo a piccoli bocconi non ricucibili tra loro.
così che ti abitui a vedermi e ti sarò stranamente familiare quando finalmente (dio vorrà) in qualche modo ci presenteremo.

ci futureremo.

faccio così fatica, baby, ad aspettarti.
piegare le giornate sulle ipotesi.

le speranze a cazzo.
giro come un vinile sulle speranze, e la realtà è la puntina che mi graffia.

guarda come sono ridotta.

tre battiti al minuto.
centomilledieci parole d'amore senza mai nominarlo.

lunedì 9 novembre 2009

silente.

bevemmo whisky.
quattro diversi, l'ultimo bruciò in gola.
bruciò nella pancia.bruciò gli intestini e ancora più sotto.

amo molto.
da quello che mi ricordo, una distilleria si definisce silente quando ha smesso di produrre whisky, ma che anno dopo anno continua a imbottigliare e vendere il suo whisky che sta invecchiando.
essere già chiusi ma continuare a esistere.
messaggi che arrivano solo ora da satelliti già disintegrati.
l'eco dei morti.

vorrei essere le tua donna delle pulizie.
leccare il bordo della tua tazzina da caffè.
ancora un giro.
ancora una volta.

venerdì 6 novembre 2009

dopo che ho googolato il tuo nome dopo anni per vedere se eri morto.

che bello è andare a pranzo con la vale, che mi conosce dal dodici settembre millenovecentonovantuno e non si lascia raccontare le fandonie.
ste, questo me l'hai già detto a sedici anni.
ste, questa è la stessa cazzata che facevi a diciotto.
ste, questa è una paranoia che hai da quando stavi con.
e poi, ste basta. basta. baaasta! scuotendomi, in un crescendo di voce che fa scricchiolare gli astanti dai loro tavolini.

roba che scrivo il cv senza battere ciglio.

se ci pensate un attimo, una sberla è una carezza forte.
il gesto è simile, l'amore dietro lo stesso.
solo un po' più disperato.

che bello è poi andare dai cinesi a comprare le pistole spara freccette e gli scolatortelli.
e poi chiamarsi per dirsi, la settimana prossima ci smezziamo una parrucca.
massì. oggi peso meno.


e ti scrivo che sono pronta per passare dal vino al whisky.
just show me the way to the next...
e poi ci troveremo, come va, a bere del...

ma dove siete tutti?

giovedì 5 novembre 2009

e tu dunque sei solo un bel ragazzo. e basta.

perchè non parli?

oggi lo scienziato che è in me ha fatto il culo al poeta.

gliene ha dette di tutti i colori, e io che ero uscita (sperando di incontrare uno come te), sono dovuta ritornare di corsa a casa prima che la diatriba interna desse segni all'esterno.

mi sono rintanata in camera e mi sono fatta paura da sola.
ci sono stati davvero dei brutti momenti di tensione, rischiavo quasi di parlare.

alla fine, lo scienziato è andato via lasciandoci la formula del teorema finale:
"la carestia porta all'idealizzazione che porta alla delusione che riporta alla carestia."

allora, la carestia la capiamo tutti. è questa anestesia di sentimenti, questo cassetto straripante di nulla, questo teatro dell'inconsistenza umana, questa incommestibilità di cuori.
l'idealizzazione è notoriamente fantasia mescolata alla speranza. è un velo di desiderio di ottimismo. è la glassa sulla torta, che a volte copre il bruciato. insomma, è l'arma di sopravvivenza del poeta, il suo valore. ma ora è la sua colpa. poichè coprire di fiorellini mentali il prato non fa del prato un luogo effettivamente profumato.
la delusione, infatti, è il dato rilevante. è la maledetta statistica. è la discesa dalla collina rotolando. la sveglia delle sei di mattina, la fine della musica di sottofondo. la realtà senza filtro. e la delusione riporta a inesorabilemente a.

circolo vizioso di merda.

quindi ora, la mia parte razionale ha fatto appello a quella emotiva chiedendo almeno il cessate l'arcobaleno.
la deposizione delle lenti rosa.
l'armistizio con la realtà.

praticamente, passare da depressa a rassegnata.

martedì 3 novembre 2009

marsupiali.

nella mia camera il disordine primordiale, il fermento uterino, il vociferare.

mentre mangio lenticchie dalla scatoletta, cibo per gatti che i gatti sdegnano, non riesco a mettere la mia vita su un A4.
la mia vita sta bene dov'è, su un lenzuolo a una piazza e mezza.
su una cartolina per te, su una frase scritta sul muro della tua cucina.
sui pezzi di cartone che rolli e fumi, e io mi ci scrivo.
scrivo una data e cosa ho fatto, scrivo un luogo e cosa pensavo, scrivo chi ero e cosa provavo.

te lo scrivo sui tuoi filtri, per farmi tenere tra le tue labbra.

questi sono i miei curriculum.
è così che vivo io.

andiamo a leggere.
mi trovi in centro.
offrimi un caffè.

noi, marsupiali.

venerdì 30 ottobre 2009

sada.

l'ho deciso più o meno così.

è una giornata tiepida, milano è in pace con se stessa.
cammino per strada tenendo il bastone del mocio sulle spalle, con le mani attorno alle due estremità per non accecare i passanti.
sono andata a cercare il terriccio universale per la mia pianta, ma non l'ho trovato.
così me ne torno a casa a mani vuote, crocefissa al bastone del mocio.

fischietto, sorrido a chi sorride, ringrazio chi mi dice cose carine.
va tutto bene.
mi ripeto che va tutto bene.
mi tengo sotto controllo nei riflessi delle vetrine.
ingoio il vomito strizzando appena gli occhi.

sono quasi arrivata a casa.
passo il barista che mi fa il filo e per questo non ci vado mai.
passo l'edicola con l'ecuadoregno che mi saluta sempre.
esco dal campo visivo di tutto.

e lì il bastone del mocio cade.
cado anche io? non lo so.

dai.
non c'è un cazzo da star qui a far finta di vivere.

c'è da tremare, c'è da fare il verso del cerbiatto.
c'è che oggi è il compleanno della mia guerra.

oggi è il compleanno dell'uomo che amo.
oggi è il compleanno dell'unico uomo per cui sia valsa la pena essere nata donna.

decido di partire per sarajevo.

andare a vedere come si sopravvive a una guerra civile.
andare a vedere se è vero che si va avanti.

mi sono rialzata pensando solo a che parole sapevo in bosniaco.
zdravo, hvala, drago mi je, molim.
solite cose.
poi mi è venuto in mente sada.
sada. pronuciato con la s che ringhia.
sada. adesso.

ironia della sorte.

ho raccolto il bastone del mocio, e mi sono ricrocifissa.

giovedì 29 ottobre 2009

animale silenzio.

sono un capricorno, sono una solitaria.
sì, sto benissimo da sola, ho bisogno di stare da sola.
so che la cosa un po' ti spaventa. ti spaventa quanto sto bene con me: ti senti escluso, impotente, hai paura che io possa fare a meno di te.
ma fai bene attenzione: ho bisogno di te, eccome.
ti cerco, ti tengo, quando sono con te, sono presente.
ci sono.
quindi non temere, ma non pretendere nemmeno.

non tentare di legarmi. è con quello che offri che mi fai tornare.
non pregarmi di portarti con te. aspettami.
non mi chiedere conferme. la mia presenza è una risposta.

soprattutto ora che in questo calmo abbraccio sento avvicinarsi l'uragano.
il lutto che non voglio ammettere, la perdita da cui mi proteggo.
per quanto mi sforzo arriverà la crisi. so che non può andarmi così bene.

lui se ne è andato, e a poco a poco me ne accorgo.
la caffettiera lasciata sul fuoco, io in cucina seduta e tu che corri dal bagno.
piccoli black-out di un buio preannunciato.
quando smetto di risponderti mentre asciugo i capelli, e tu pensi sia colpa del fon.
piccole mancanze di un vuoto ben più grande.
quando mi guardo allo specchio e non vedo niente di quello che vedi tu.

niente.

niente di niente.

è che non mi perdo nel mondo, non puoi venirmi a cercare.
mi perdo in un dolore solo mio, e tu non puoi fare altro che tenere la tua mano premuta sul vetro.

mercoledì 28 ottobre 2009

piccoli.

sono contenta di essere me solo per non dovermi avere davanti.

capisco tante cose, nei rari momenti di lucidità che mi concedo.
la vostra frustrazione, la vostra invidia, il senso di inferiorità che diventa disagio, nervoso.

comunque, se può farvi stare meglio, capita anche a me.
conoscevo questa ragazza.
era molto bella, e ancora di più affascinante e magnetica, senza che si truccasse, si curasse dei vestiti, e cose così.
aveva un talento naturale per fare la cosa giusta al momento giusto, e in un modo migliore di chiunque altro.
era una fotografa eccezionale, ma non faceva praticamente niente.
qualche foto a caso, da mettere su flickr, da spedire agli amici.
lei non si impegnava, e riusciva meglio di tutti.
intorno a lei c'era sto esercito di comuni mortali che si facevano in quattro per raggiungere un livello vagamente simile al suo scatto scazzato.

creava un misto tra ammirazione e rabbia, tra desiderio di emulazione e fastidio per lo spreco del suo talento.
e averla davanti era sempre un tormento.

ti dico che la mia è solo fortuna, ma non posso scusarmi se vinco.

sabato 24 ottobre 2009

il vincitore è solo.

ho delle dipendenze di cui non vado per un cazzo fiera, e dei capelli ondulati che piacciono a tutti tranne che a me.
nella vita uno deve scegliere se essere liscio o riccio.
ma vabbè.
ho pisciato in quel bagno nero facendomi luce solo con l'ipod, e il risultato è stato vagamente disastroso perché cercavo di cambiare canzone, con la stessa mano con cui tenevo l'orlo del vestito, la borsa e il sacchetto di tamarindi.
non avevo nemmeno le auricolari, ma non riuscivo a sopportare di vedere la tua faccia di minchia, faccia da casting, faccia da cover bling bling che mi sorrideva.
con dietro il titolo della tua canzone a caratteri cubitali, titolo che è un successo, titolo che ti ho scritto io, ma vabbè.
e due.
e comunque come testimone c'era solo l'amore, e ora che se ne è andato, il caso cade in prescrizione e tu sei assolto.
the winner takes it all.
e pensare che se ne è appena andato anche l'altro.
se n'è andato da vincitore.
tutti vincitori.

oggi ho comprato tre copie dell'ultimo libro di coelho e ve le spedisco.
senza dedica, perché io regalo solo titoli.
senza firma, tanto voi saprete esattamente che sono io.

l'avete detto in tre che sono unica.


voi invece no.



stupidi.

martedì 20 ottobre 2009

il mio fidanzato è single.

"continuerò ad amarti sempre, anche se non ti vedrò mai più"
che è un po' come dire: sai, c'è una stanza tutta per te, illuminata e riscaldata da un camino accesso. ma è chiusa a chiave, quindi tu non puoi entrare. continua pure a vagare nel buio e nel freddo dell'inverno là fuori. però sappi che c'è.

ho il cervello che vomita da un paio di giorni.
da un paio d'anni.
da un paio di vite.

io sono fidanzata, lui no.
lui mi ha rovinata. ha alzato il livello sopra la media degli esseri umani, e ora son cazzi miei.
cado in disgrazia.
mi dispiace, o non ci sarò più io o ci saranno dei feriti.

per farne uno come lui, me ne servono dieci di voi.

ho solo voglia di bere, vino e sale.

adius, di piero ciampi. (a più voci, a tutto volume).

sabato 17 ottobre 2009

scrivo anche per un giorno intero se solo tu mi porti

un fiore da tenere sul tavolo.
pane ancora caldo e miele.
caffè filtrato amaro.
la coperta di cashmere.

e le tue mani fredde.
le tue mani fredde addosso.
le tue mani fredde ovunque.

giovedì 15 ottobre 2009

battimi.

un appuntamento senza saperlo.
fingere di essere sorpresa di vederti.
il cameriere versa il decimo bicchiere.

la fotografia è il nostro motivo per essere insieme.
alla pubblicità abbiamo detto basta anche se non ci conviene.
e quando tornerà lui,
saremo troppo fatti per dar la spiegazione.

conclusione.

esecuzione.


(coltiveremo l'uva spina,
ammaestrerò per te l'upupa,
e se mi chiedi di vivere normale,
giuro su dio che per te lo faccio.)

martedì 13 ottobre 2009

manhattan-pavia.

come si fa a non amarlo dopo che ti ha risposto mio padre? non so dov'è. o è al casinò o è a mignotte.
poi ha girato il sugo, la pasta che ti sta preparando, e ha aggiunto, con la stessa aria candida e innocente, a pensarci bene sarà andato a tutt'eddue.
io l'ho glassato di quel sentimento denso di affetto e calore e protezione e esclusività.
cucciolo di imperatore decaduto.
cresci mentre ti accarezzo mentalmente la testa contropelo e ti stringo a me.

ora, mi stupisco di come faccio a scrivere così ubriaca adesso.
robe che v. era giù sul lavandino e io con la mano scavavo nel suo vomito per togliere i pezzetti di cetriolini che otturavano lo scarico.
e ridevo.
e rassicuravo.

poi ho riallacciato la sua cerniera, anche. con l'umanità e la professionalità neutra di un'infermiera in india.
non c'è nessuna rappresentazione del corpo umano che possa smuovermi.
sono un segno di terra, e nella terra accolgo i corpi in decomposizione.
vomitate se state male. se vi amo, vi terrò la fronte e non avrò nessun moto di ribrezzo per voi.

pensavo a una canzone che volevo scriverti, un'altra.
ormai le canzoni che ho depositato in siae sono più dei campari che ho bevuto stasera.
tanti amore mio. troppi.
più delle tue dita ben aperte, sulle tue mani che mi arrivano addosso, per toccarmi il più possibile.

il problema è l'assenzio.
il silenzio assenzio.

cosa esisto a fare io, se non esiti tu?

siate buoni voi che mi cercate.
capitela.
non sono su questo schifo di terra per voi.

ai baci saffici.
brave, sorelle.
un giorno particolamente scontroso, cederò alle vostre morbide lusinghe.

mercoledì 7 ottobre 2009

della libertà e della sfrontatezza della mia attuale persona.

con le peggiori intenzioni, ancora.
robe che vado al centro del mondo e non porto nemmeno la nikon.
ventotto ore di viaggio per passarne la metà insieme.
ormai non tengo più il conto dei nostri raid.
e distruggiamo anche sta città, noi perversi dell'impossibile, noi dannati dalla realtà, noi terroristi dell'amour fou.

guardo il mondo fisso negli occhi e gli rido forte in faccia.

sabato 3 ottobre 2009

l'informazione.

non fatemi domande.

nessuno può farmi domande dirette, a parte mia madre e il mio cane, le quali ironia della sorte sono entrambe abbastanza sagge da capire le cose da sole.

è inutile che mi chiedi come sto: o mi conosci bene e lo puoi capire da solo, o non mi conosci abbastanza e perciò non sei autorizzato a saperlo.
è inutile che mi chiedi cosa faccio: ti mentirò. certe cose che faccio sono talmente cazzi miei, che non hanno nemmeno un nome comune per definirlo. non si trovano sul vocabolario, e sono abbastanza complicate da disegnare.
è inutile, e molto controproducente, chiedermi con chi sono. perché a quel punto mi incazzo. se non lo sai, è perché non eri con noi, quindi perché non eri stato invitato, quindi perché non ti volevamo. 
è chiaro?

e comunque è davvero da pigri fare domande. 
se davvero vuoi sapere, basta che ascolti.
perché io, al di là del fatto che trovo la solitudine molto meglio della compagnia del novanta per cento delle persone che incontro, non sono un'eremita.
anzi, al mondo comunico tutto.
ma proprio tutto, signore e signori.
sotto forma di informazione.
perché ci tengo che voi finalmente abbiate le vostre agognate risposte? 
no.
perché mi serve.
mi servite. siete strumenti, ripetitori, amplificatori. un boccone di risposta, una mezza frase, un accenno e voi avete la vostra umana curiosità saziata, ma trasportate l'informazione, in modo più meno consapevole, dove io voglio che arrivi. 
e così siamo tutti contenti.

per esempio, oggi pomeriggio ho fatto scivolare l'informazione in un racconto breve.
è molto croccante, domani schioccherà ancora. arriverà lunedì tenuta calda dalle lingue giuste e ne avranno tutti un pezzetto per ciascuno.
ai più magari non fregherà un cazzo, tanto meglio, ma c'è qualcuno a cui arriverà dritta in faccia.
è per lui, infatti.
andrà in bagno a piangere.
bestemmiare.
tirare pugni al muro.

un po' come aveva fatto fare a me, del resto. è la nemesi storica.

ah, il potere dell'informazione.
sì, è un po' più complicato e articolato, ma basta così per ora.
se volete saperne di più, non chiedetemelo.
solo fatemi più attenzione. 

sopracciglio alzato, mezzo sorriso, bacio soffiato, ciao.


venerdì 2 ottobre 2009

ancestrale venerazione.

calpesto latitudini di corsa e mi rotolo tra i fusi orari come fossero spighe di grano. non ho più disfatto la mia valigia, ho seminato spazzolini da denti per il mondo, che ora germogliano in piccoli beautycase in bagno, e poi crescono in due magliette e mutandine di ricambio nel cassetto in fondo e un giorno daranno in frutto un posto a tavola fisso.
sono un marinaio, sono un illusionista, sono un conquistatore.
mi viene da ridere. c'è stato un tempo della mia vita in cui il fine settimana tornavo in provincia. sabato gli amici, la domenica la famiglia. il pranzo, il riposo, le acque placide del piccolo stagno. 
ora, nello stesso lasso di tempo, cambio tre continenti.
mare aperto, sferzate di vita sulla faccia.
e non lascio tracce sulla strada, è la strada che lascia tracce su di me.

il mio mappamondo è una bambola voodoo trafitta di puntine. 

ti fa male? a me no.
io me la godo. dio, solo un dio testimone, sa quanto me la sto godendo.


giovedì 1 ottobre 2009

ritagli.

e così trovo sta vecchia macchina fotografica usa e getta dimenticata sul fondo del cassetto.
è sbiadita e c'è pure incollato un orsetto di gomma di un'altra era. tipo che mi sa che me l'aveva dato un mio compagno delle medie, ti vuoi mettere con me, si no, forse.
fatto sta che la porto a sviluppare il giorno che porto anche la rollei 35 a sistemare, quindi di lei me ne scordo subito ancora, tutta concentrata sulla mia preziosa e capricciosa nuova fiamma.
poi succede che parto, vado dove devo andare e accadono le cose a cui mi tocca pensare fino a quando tutto ad un tratto, mi chiama il bottegaio delle fotografie, e mi dice che ci sono le stampe e il flash della rollei da ritirare. quindi anche li, butto tutto in borsa e me ne vado con in mano il flash che gode della mia completa attenzione finché viene sera e sono in piazza della vetra, quando sto ribaltando la borsa per cercare un foglietto e scrivere il numero di telefono di un tipo e l'unico pezzo di carta che mi ritrovo in mano è la busta delle foto e così accade.

svengo.
non cado a terra perché poi qualcuno potrebbe toccarmi per rialzarmi, svengo all'interno di me.
mi accascio dentro.
perdo i sensi in piedi, sorridendo e continuando a parlare.

che anno è.
como, la vera, un concerto, quei capelli un po' così.
che giorno è.
venezia, la letizia, dalì, quel vestire un po' così.
è questo il tempo di vivere per me.
como, faina, un bacio, quando ancora potevo tirarlo in un angolo buio, come questa foto, dove si vedono solo due sorridi. il bianco degli occhi no, perché erano chiusi.

e poi tutta questa gente, questi posti, queste me che non ho più rivisto.

tagli. tagli forti.
la rollei oggi tace.









domenica 27 settembre 2009

delle isole greche e dell'incavo delle ginocchia.

considerazione delle 22:30.
"il naviglio visto dalla finestra del bagno non fa esattamente lo stesso effetto della jacuzzi riscaldata".

poi invio, poi bestemmio.

a strapiombo sul mare, sono anche io un'isola piegata dal vento.
il freddo e il caldo si mischiano in bocca, bevo cloro e champagne perchè andare sotto con testa è tutto quello che mi rimane.
pensieri torbidi nell'acqua cristallina, ma riesco a mimetizzarmi.

davanti al trentadue, nessuno sospetta.
è un'arma di distrazione di massa.
il trentadue con le fossette sulle guance, l'orgoglio del mio esercito: il sorriso che ti rade al suolo senza nemmeno che tu te ne renda conto.

e così ti porto il sale e il miele nelle onde dei capelli, la sabbia sotto la lingua, il sole racchiuso nell'incavo del ginocchio che mi accarezzi mentre ci addormentiamo.

agli uomini nudi che si amano dietro gli scogli, ai pellicani che ci cercano, ai matrimoni in cui tu vuoi ballare e io solo bere, alle strade strette in cui guido come in un videogioco, e tu ridi.
e io rido.
e vaffanculo al mondo, fino a domani.

finché finirà la musica, e io mi ritroverò in piedi senza sedia, come quel fottuto gioco all'asilo.
so che voi ci sarete tutti, con il culo ben piazzato sui vostri successi, sulle vostre mogli, sulle vostre famiglie costruite, e mi guarderete con lo sguardo soddisfatto della resa dei conti.
"vedi, te l'avevamo detto. potevi accontentarti, potevi sceglierci quando eri giovane ed eri ancora in tempo. ora sei spacciata."

martedì 22 settembre 2009

squarcio.

una piazza di pubblica esecuzione.
i miei piccoli segreti innaffiati dalla vostra stupida curiosità germogliano e crescono rigogliosi.

sprazzi di sudata adolescenza mentre l'amico di mio fratello mi accompagna in stazione, e io lo rovino come avrei voluto essere rovinata io alla sua età.
quanta adrenalina per un sorpasso a destra, per il ricordo lontano e vago di.
di cosa cazzo? il ricordo di cosa?

la severità è il mio peggior difetto.
la serietà la mia piaga.
la consapevolezza la mia malattia genetica.
il ricordo di cosa? cemento tra me e me. devo aver fatto qualcosa di molto grave.

un sorpasso a destra, senza limite di velocità, dalla parte di chi deve essere punito.
massì. che bello. così arrivo in stazione a como e mi tolgo il maglione che non fa poi così caldo, per gli altri.
la canottiera di maglia sottile che non protegge gli sguardi dall'impertinenza dei capezzoli, la coda alta per liberare il viso dalla frangia.
le gambe incrociate, seduta per terra, la nikon che stupra la ritrosia degli astanti.
mi stiracchio al sole poco saturo e stappo la birra -io bevo la birra- in stazione, aspettando il treno.
anni fa.
anni fa.
anni fa.
oggi.
anni fa.

come quando andavo in germania per i 18.
o sul treno per amsterdam nell'inter-rail.
ma chi ero?
chi cazzo ero?

ma dove mi sono persa? quando mi sono tradita? quando mi sono lasciata voltandomi le spalle?
mi sono rinnegata in una piastra liscia capelli, in un negozio benetton, in una scuola di comunicazione, in uno strato di polvere, in un quaderno lasciato in bianco, in un pompino a labbra contratte, in un'agenzia di pubblicità, in un cantante pop, nell'emulazione di un manichino, negli outlet di prada, in un pacco di biscotti intero, nella comodità di distruggermi le sopracciglia, in un si che era un no, nello scavare nelle vite delle ex dei miei fidanzati, in cinquecento euro in una banconota sola, in ogni rinuncia, in ogni bugia, in un culo più sodo, in una marca, in un sovrapprezzo, in un giro di amici, in un vernissage, in un mazzo di chiavi, in uno specchietto in borsa, nelle foto in posa, in un silenzio, in un no che era un si, in un favore, in un gioco di parole per non dire sbattere in faccia la verità a nessuno, in questa città del cazzo e in mille piccole enormi altre cose che non vi posso dire, che non voglio ricordare, che non riesco ad ammettere.

fanculo tutto.

un sorpasso sulla destra, ero lì.



cammino ancora con le peggiori intenzioni.

domenica 20 settembre 2009

silenziosamente appartengo.

nonostante gli sforzi, i buoni propositi, la forza di volontà, non mi piace nessuno.
non so cosa fare.
giuro che non è colpa mia.
io la mia parte l'ho fatta: ho abbassato lo standard, ho ampliato la fascia d'età ammettendo anche i coetanei, ho messo da parte le aspettative.
sorrido, pure.
eppure non mi piace nessuno nei secoli dei secoli.

lui è un cecchino.
il suo ricordo è un proiettile silenzioso e preciso che fa fuori chiunque si avvicini.
nessuno regge il confronto, prima ancora che di confronto si possa parlare.

ma la verità è, che non è colpa del passato.
è il presente la carestia.
sarei insoddisfatta anche se prima non avessi conosciuto la soddisfazione.

mhà.

intanto si scarica la batteria della nikon e io cado in repentina depressione.
dovevo fotografare la scatola, mannaggia.
poi c'è la mafia del pelo.
e il niente.
il niente sempre.
il niente detto in mille modi diversi.

sabato 12 settembre 2009

le dannate cose.

e daremo in pasto al mondo la cronaca, perchè si sazino, perchè a loro basta. diremo loro luoghi e date, e rassicuranti frasi fatte. saranno soddisfatti e ci lasceranno stare.
così potremo andare dietro al sipario indisturbati, a fare l'amore, a fare la vita. quello che ci siamo scelti, quella per cui siamo al mondo. spogliati dalle cravatte e dagli addominali tonici, dalle cose che abbiamo visto e non ci sono piaciute, dal dovere della comunicazione.
perchè sappiamo esistere senza dirlo a nessuno.
abbiamo imparato ad essere fighi senza il riconoscimento del pubblico.
perchè ci siamo affrancati dagli specchi, ed è impagabile il segreto.

amare veramente, rare volte nella vita.
non sprechiamoci.

non farmi invecchiare.

giovedì 10 settembre 2009

menzogne e preghiere.

dopo che ho visto videocracy, ho chiuso facebook. ora dispongo di molto più tempo libero per dannarmi come si deve.
sto leggendo in media un libro al giorno. vedo i film di notte. mi alzo dal letto solo per andare a pisciare, o prendere il gelato.
non bevo da una settimana. non sto fumando.
ho il cellulare spento da tre giorni, e nessuno sembra preoccuparsene.
respiro dalla bocca perchè ho il naso completamente tappato, e a volte mi sembra di soffocare.
mangio poco per farmi bastare la roba, affido il cane a mio fratello.
non tiro le tende e non guardo fuori.
non esco per nessun motivo.

lo sberleffo della vita ha fatto sì che tutto accadesse adesso, a settembre.
il festivaletteratura a mantova. mito a milano con il milano film festival.
il breve rientro di lui dall'america.

e io qui a scrivere sui fogli di carta menzogne e preghiere.

input mancati, ripercussioni pesantissime sul sistema nervoso centrale.
ho appena comprato il biglietto del treno per zagabria.

giovedì 3 settembre 2009

adesso. dopo ci salutiamo.

le cose belle prima o poi finiscono.
ce lo hanno detto per minacciarci, per infierire.
fanculo. io dico che se sono cose belle, si evolvono in meglio.

presto mi chiuderò di nuovo, ma non diventare triste.
sparirò dalla circolazione per il tempo necessario, e se ti mancherò sarà solo più bello reincontrarsi.
abbasserò le saracinesche sulle mie vetrine, per ristrutturare di nuovo tutto. mettere ordine ancora una volta, riorganizzare il contenuto, rendere questa molteplicità di pensieri, passioni, sentimenti e azioni una ricchezza utile, non solo una confusione colorata bella da vedere.

lo devo fare, come ho dovuto fare adesso.

ormai sono diventata grande, quindi capace di affrontare la vita. anche se continua a non piacermi granchè, ora la prendo e la plasmo, non la scanso più.
poi è arrivata la fotografia, e ormai rivendica la sua parte.
e infine, vittoria è un sostantivo, stefania è un nome proprio.

il primo la dice lunga su quello che è stato.
il secondo è pronto a uscire allo scoperto e continuare a raccontarlo. adesso.

a presto.

mercoledì 2 settembre 2009

io non so fare niente, volevo solamente...

io sto cercando, ossì, di avere una conversazione con me che abbia senso, ma mi sto rendendo conto che:
1- non ho abbastanza biglietti da visita da scambiarmi con gli altri bambini alle feste milanesi.
2- vivo sotto la radice quadrata della mia autodistruzione mentre tutti si presentano esponenzialmente moltiplicati per se stessi.
3- mi fodero la bocca con le focaccine del buffet, mentre i miei interlocutori mi sbriciolano addosso i loro successi.
4- sono tutti più magri di me, anche quelli che pesano di più.
5- l'ancestrale sfida tra l'uomo e lo smilodonte, il duello mediovale, l'appello insindacabile del sistema delle caste, la blitzkrieg, la tua possibilità di essere figo e quindi di esistere improvvisamente, essere desiderabile come amico, contatto, persona-che-conosco-io, ora si gioca in quei tre secondi di silenzio assoluto che intercorrono tra la fatidica domanda: "e tu cosa fai?" e la tua risposta.

carissimi.
una volta chiesi a un mio amico che navigava nella melma del pensiero e della mirtazapina da molti anni più di me: "qual è la soluzione?"
"un sano snellimento burocratico mentale e tanto sesso" mi rispose.
poi lo ricoverarono.

martedì 1 settembre 2009

il mal di pancia di settembre.

con la tecnologia ridotta al minimo, riprendere forzato possesso della personalità contingente.
stavo per scrivere reale, ma non so quanto più vera sia la versione di carne rispetto a quella di files.

ti scrivo dal parapetto del mio dolce appartamento.
le esequie dell'estate le abbiamo celebrate in una cena colorata e naif.
accogliamo settembre senza le doglie della scuola, siamo liberi dai brufoli e dagli amori tra i banchi.
sui fogli protocollo, oggi, scrivo le brutte copie delle lettere d'amore.
che poi sono tutte qui, ad aspettarti.
impilate,ordinate, disperate.

tu non arriverai.
saranno il mio testamento emotivo.

giovedì 27 agosto 2009

le mie tracce.

bravi, bello.
i fotoromanzi delle vostre vacanze mentre mi sfuggo e penso ai cazzi miei.
bello, bravi.
ora che gli amici del mare tornano alle loro case.
ora che l'amore estivo si toglie come sabbia asciutta, scrivete le ultime righe di promesse. eterne se va bene fino all'anno prossimo.
vi vedo tornare abbronzati e felici e sono contenta di vedervi. davvero. mi sentivo sola.
ripopolate controvoglia la città, presto avrete fame e smetterete di fare gli schizzosi.
ne conosco pochi di puri che si lasciano morire pur non di addentare una quotidianità mediocre.


io sono come mi avete lasciata, per non destabilizzare, per non dare spiegazioni.
al massimo, solo un po' più pulita, un po' più in ordine.
perchè ho cambiato l'asse di rotazione senza sbriciolare in giro.
ho svuotato tutto e ricomposto senza smuovere la pelle.
sono le mani rovinate, ma quella è la guerra.

così mi rimetto a voi.
come quando mi dicevi smettila di essere così perfezionista. fuochino acqua acqua.
perfezionista è chi insegue la perfezione. io ne ridefinisco il concetto.

perchè non sono la migliore.
io sono la pietra di paragone.

e tu lo sai.
oh, se lo sai.

ma non lo puoi ammettere.
nè a me, nè a lei, nè a te.

se esco dal tuo campo visivo, quindi, è solo perchè ti voglio bene.

chiudi gli occhi, mentre lascio in giro le mie tracce per fare al mondo più male possibile.

sabato 22 agosto 2009

riflessione sull'impermanenza.

mi sono sognata a cena con fernanda pivano, massimo cacciari e arnaldo pomodoro.
sti cazzi.
parlavamo di cose.
cacciari diceva qualcosa di pesantissimo su dante, e io capivo una parola su tre.
arnaldo mi consigliava di iscrivermi all'accademia di brera e io chiedevo alla nanda com'era la pelle di kerouac, che profumo aveva, se era liscia o ruvida, che maglioni indossava, come muoveva le mani, le braccia. di hemingway non mi interessava. io le chiedevo di kerouac e piangevo a fiotti.
arnaldo mi diceva, fai scultura, fai scultura.

cappuccino e una quantità di dolci indecente.
che poi mi alzo e penso che non si è trattato di una colazione, ma di un vero e proprio atto di vandalismo verso un patrimonio dell'umanità.
culo di trionfo.
sic transit gloria mundi.

dentro questo bozzolo di silenzio e provincia, mi sto evolvendo che tutto si ridimensiona continuamente.
tornerò a voi che non sarò più come mi avete lasciato. cosa che mi fai notare con me capita sempre, da un giorno all'altro.
ma stavolta no.

è radicale.
è epocale.
è immenso.

mostrami la mano nella quale tieni la tua sofferenza.
tanta strada per arrivarci, ed era tutto così semplice.

mercoledì 19 agosto 2009

storie di una notte di fine estate.

l'appuntamento era alle otto di mattina.

lei, arrivò a mezzanotte.



lui, c'era ancora.



(non mi sembra necessario aggiungere altro.)

giovedì 13 agosto 2009

cosa avete da guardare?

era ieri? abbiamo bevuto tre bottiglie di vino. e quell'amaro di erbe, che era dolce in confronto alle nostre parole. eravamo sul lago, nei rari posti salvati dai turisti, che i nonni bisbigliano da orecchio a orecchio fino a noi, custodi e profanatori. ci siamo lasciati traghettare sulle acque indifferenti del lario, e il vecchietto della barca ha detto che sono più bella della canalis. tu ti sei fatto pensieroso, e non hai detto niente fino al ritorno.
era domani? hai chiesto a mia mamma di sposarmi. è stato buffo, perchè io e te eravamo lì, e io ridevo con gli occhi liquidi e tu avevi il singhiozzo come nei cartoni animati, ma prendevamo la cosa sul serio, e abbiamo chiamato la mamma, e lei è arrivata per davvero. ed era pazzo e surreale, lei al tavolo, io la figlia ubriaca e tu l'uomo improvviso.
era oggi? ho un mal di testa che mi guardo allo specchio e mi sorrido come una complice e un boia. non mi dò consigli, non mi strucco, non mi faccio raccomandazioni. tra poco sono di nuovo con te. ma ora mi sdraio nella cuccia del cane, che mi avvolga, mi inglobi. lei mi guarda, e mi guarda, e mi guarda e poi non mi guarda più.

lunedì 10 agosto 2009

a te che fai succedere le cose.

e mi porterai al mare quando sarà anche troppo tardi per andare al lago.

passerai da casa mia e non ti lascerò nemmeno il tempo di sdraiarti sul mio letto.
-andiamo al mare-
senza il punto di domanda, perchè non te lo sto chiedendo.
è una richiesta d'aiuto. una preghiera, una soluzione a te che arrivi al fronte e vuoi renderti utile.
e infatti non obietti che è il tramonto, che sei appena arrivato, che stai guidando più di un camionista. -basta che torni a riva, però-

dopo cinque minuti siamo in macchina, dopo un'ora siamo in un autogrill squallido a infilarmi il costume barcollando su un piede solo e ridendo di gioia e dopo due ore sto nuotando come se non fossi nata per fare altro altro.
e mi quando mi scende una lacrima vado sotto con la testa per non farti preoccupare.

acqua salata nell'acqua salata.
mi inabisso nella mia stanchezza e nella mia gratitudine.

fanculo alla razionalità, alla morsa delle cose reali e al valore che date ai cruscotti delle vostre macchine nuove.

ma grazie a te che fai succedere le cose.

venerdì 7 agosto 2009

di quando sono diventata grande.

non so bene come se la vivano le farfalle, appena spaccato il bozzolo. non posso prenderle come esempio. non ho nemmeno un riferimento mammifero, o una metafora soddisfacente, o un passo letterario da citare, quindi devo metterla giù nuda e cruda:


questa estate sono diventata grande.



alle cinque di mattina, nell'apice catartico di una notte di incubi insonni e paura nera, ho realizzato. tout simplement, ero stata fatta adulta a mia insaputa e contro il mio volere inconscio.



non si diventa grandi con le prime scarpe che ti allacci da solo, con il primo assorbente o quando fai i diciotto e ti firmi le giustificazioni.
diventi grande quando ti allunghi verso l'alto per essere preso in braccio e invece ti ritrovi in mano il mondo. chi te lo stava sostentendo sopra la testa non ce la fa più. trauma, vacilli: se molli, schiacci tutti. se reggi, lo tieni tu per sempre.

e così, torno a casa per nascondermi dietro alla mamma, ma non la trovo perchè è lei dietro di me.

con il papà.
e il fratello.

e il cane.

a difendere un minimo di decenza umana, in questa vita in cui temo il peggio, e non resto mai piacevolemente sorpresa del contrario.

un amico diceva che ci vuole un bel coraggio a suicidarsi. io dico che ci vuole un bel coraggio a vivere. lexotan per dormire, svenimenti, suicidi: sono fughe dalla realtà, e la fuga è la debolezza.

vorrei ma non posso. ora devo pensare.


agosto duemilanove. mangiata viva dalle zanzare tigre, dall'ansia e dalla provincia, vi sorrido.
alla guerra. ma non era meglio quella onesta, in cui ci si sparava dalle trincee?

giovedì 30 luglio 2009

a cosa pensi.

e poi silenzio all'improvviso / c'è tutto il mondo sul tuo viso.

degli spettacoli impareggiabili, delle corse sotto il sole, delle nostre chiacchere annegate nel thé bollente.
questo voler essere a tutti i costi una gran testa di cazzo.
il perdono e la remissione dei peccati.
la rimozione forzata dei sentimenti parcheggiati abusivamente. amori con le gomme bucate che intasano le principali arterie autostradali italiane. tanto non arriveremo mai in orario.


e quando mi chiedi a cosa sto pensando, e ti rispondo a niente.

penso che i resti dei vostri figli alcolizzati smembrati sull'asfalto verranno mangiati dai cani che avete abbandonato all'andata. penso che state invecchiando tutti, e vi state allargando, gonfiando, ingiallendo e mi fate schifo. penso che eravamo bambini insieme e già vi compativo e ora ho la riprova che non mi sbagliavo: erano anni che non vi vedevo, e siete ancora peggio di come mi aspettavo, vi siete sposati tra di voi, avete fatto le vostre brave foto alle feste comandate, avete i cuoricini di san valentino attaccati alle chiavi dei vostri bilocali a cento metri da dove siete partiti, siete sorridenti, siete già vecchi a vent'anni, siete morti, siete carne da palinsesto. penso che sto ridendo solo per farvi piacere e vi rassicuro con le parole semplici che potete capire senza perdere l'equilibrio.


penso a lui. alla fine penso sempre e solo a lui.
pensavate che mi stessi vendendo, in realtà ero io che compravo.

per sopravvivermi mi attacco con le unghie a piccole cose di una bellezza sconcertante. la foto di mia nonna da ragazza, un biglietto di mio papà fidanzato alla mamma, la ciocca di capelli del mio fratello morto e il mio cane che sogna, qui sotto di me.

martedì 28 luglio 2009

e allora non dico: portatemi settembre.

perchè una promessa è una promessa.

mi costerà un centimetro di sopracciglio, ma sto scrivendo.
scrivo furtiva, nascosta dalle ronde dell'esercito del malessere. scrivo come se apparecchiassi la tavola con gli avanzi, solo perchè avete fame.

quanto ho parlato negli ultimi giorni? infiltrazioni tra le porte ermetiche.
la settimana nera della guerra, lui che al telefono mi dice: non puoi perdere. lui che la telefono mi ordina: curati.
e io sarò il vostro pit bull, schiaffeggiatemi il muso e slegatemi. aizzatemi. contro il nemico, contro la mia natura, contro la vostra debolezza. tengo le presa, ma non fatemi pensare.

ho vinto? contrasti familiari atavici, curiamo le nostre aiuole ipocrite mentre disboschiamo i nostri alberi genealogici.
raccontandolo, sembrerebbe cronaca. è viverlo il dramma.
ho pareggiato? chiedo solo un po' di serenità. almeno fuori.
nemmeno l'ironia, fida scudiera.

curati. la malattia non mia, le malattie del tuo peccato. l'amante dell'amante. l'esercito delle bugie, il tuo harem di specchi, il carnevale grottesco della nostra verità.
perchè ogni volta che proviamo a metterci una pietra sopra, finiamo per prenderci a sassate.
lapidazioni in subordinate implicite, i nostri sms sono epitaffi.
siamo così masochisti a non lasciarci. morire.

tutto quello che ho è il martedì pomeriggio.
riscoprire che esiste il martedì pomeriggio.
riprendere il mondo, come la cassetta degli effetti personali uscendo di prigione.
non so quasi come toccarlo. non so quasi cosa farmene.
con la leggerezza di un'ansia rimandata, saltare sui fogli bianchi abbandonati per strada.

non ho perso.
baci in bocca agli astanti.




devo inventarmi. settembre può aspettare.

venerdì 17 luglio 2009

perchè non sono dove siete voi. postfazione.

con tutte le longitudini annodate, ancora orfana di fuso orario, leggo questi miei appunti e mi sembrano maledetti ideogrammi. ragnetti schiacciati tra le pagine.

"mi piace quando il comandante dell'aereo comunica che stiamo sorvolando qualcosa da vedere. ma non sono sicura che questa cosa avvenga veramente. forse me la sono immaginata"
però mi ricordo benissimo quando tornando da los angeles mi hai svegliata per farmi vedere gli iceberg della groenlandia.

"prepararsi a un viaggio in cina leggendo il milione di marco polo è come prepararsi al matrimonio leggendo un romanzo harmony"
dovevo essere un po' stanca.

"pechino non è una città. è una tacca del microonde"

"..."

ora sono le dieci, quindi le quattro di mattina.
ho voglia di cappuccino, brioche e minibar.

risintonizzarmi.

sabato 27 giugno 2009

ricapitolando.

fra un paio di giorni vado dall'altra parte del mondo.
sì, è vero. sono avvezza a viaggi ben più lontani e impegnativi, ma questa volta mi porto dietro anche il corpo.
quindi, la valigia sul letto.
l'importante non è quello che metti dentro, ma quello che riesci a lasciare.

la mia fame di input.
nel giro di ventiquattro ore sono passata dai bassifondi più luridi di milano ai più disperati quartieri alti.
ho bevuto quando mi passavano la bottiglia, con la stessa faccia da una moretti da 66 fino a una magnum di krug.
ho solcato il buio, sono scivolata ai bordi del vostro campo visivo, ero un passo dietro di voi.
non ho intravisto felicità.
tra evasi e evasori, pregiudicati e corrotti, schiavi del traffico e trafficanti di schiavi.

milano cosa vuoi dirmi? milano cosa stai cercando di insegnarmi?
la verità con la v maiscola non esiste.
come diceva habermas, quel che possiamo fare è avere con noi stessi una conversazione che abbia senso.

gli onesti mi annoiano. lo stagno del politically correct.
degli onesti ho bisogno. ho un emisfero anarchico e uno nazista e tanto bisogno di mia mamma.

conosco tutti. sto con tutti. vi parlo, vi intrattengo, vi lascio un'ottima impressione.
vi voglio anche bene, davvero.
ma quanto mi sento sola. se voi solo sapeste per un attimo fugace di consapevolezza, quanto mi sento sola.
la solitudine è il prezzo della grandezza, diceva qualcuno.
ma io resto sospesa a millantare.
io non ho ancora fatto niente.
in ventiquattro anni di vita ho allestito la vetrina più accattivante ma non ho mai aperto il negozio.
mi chiedo: il talento in potenza e non in atto, si può ancora chiamare talento?

e in tutto ciò, mi licenzio da una vita che non mi appartiene con le sue parole che mi dicono: le suore non sono più quelle che ti impediscono di disegnare le stelle colorate, piccolo enimol, le suore da temere adesso sono quelle che ti fanno credere che tutto questo schifo inutile sia qualcosa di figo, per cui ne valga la pena.

ricapitolare, come tirare le somme.
ricapitolare, come riarrendersi al nemico, cedere completamente agli argomenti o alle insistenze altrui.

la valigia sul letto, a bocca aperta.
vorrei lasciarla vuota e farmi sequestrare tutto il contenuto in dogana.

(e complimenti a te che mi hai riconosciuto)

domenica 21 giugno 2009

uomini e cani.

le caratteristiche del suicidio: intenzionalità, consapevolezza, finalità suicida del gesto.
che, à mon avis, sono le stesse del venirti a cercare nel tuo quartiere per dirti che esiste la possibilità che io ti ami.

tutto ciò, dopo essere stata a brera ed esserne uscita con il mal di testa storico. a pulirmi la testa dai martiri, dalle crocefissioni e dalle bastonate agli asini sullo sfondo ci ho messo milano.

che poi andare a le trecca è uguale.

uguale identico.






sabato 20 giugno 2009

qualcuno volò sul nido della quaglia.

la paroxetina, i giorni della paroxetina.
vivevamo in questa casa di ringhiera.
io ero paziente da una vita.

antidepressivi: possono essere divisi in tre classi, prima seconda terza generazione. agiscono sulla noradrenalina, serotonina aka 5ht.
inibiscimi sto enzima, bastonalo, prendilo a sprangate. azione irreversibile.
ci vorranno cinque giorni prima che mi riaccorga di me.
e delle mie disfunzioni sessuali non mi interessa, tanto non scopo da cinque mesi, non mi accorgerei della differenza.
mi ostracizzo. la mia persona troppo brava e intelligente per vivere con me.
mandata in esilio da quelli di terza generazione, quelli selettivi, precisi, gli ssri, inibitori selettivi della ricaptazione della setonina, la pa-ro-xe-ti-na. tutti attivi nei distubi depressivo maggiore, disturbi manico depressivi, ossessivi compulsivi, disturbo da attacco di panico.
snri, tra cui la duloxetina, se sai che il paziente è inaffidabile e sciocco, e non se lo prende tutti i giorni come un'ostia.
antipsicotico nuerolettico, ansiolitico calmante.
agiscono sulla dopamina.

sedativo ipnotici. il barbiturico vintage, non lo prendo per non andare in coma, troppo simile alla città da dove vengo, fanculo che ci torno.
i love benzodiazepine: agonisti totali, si legano al sito a del gaba e favoriscono la corrente del cloro. un farmaco che inibisce l'ansia. quella ragionevole reazione ipercinetica a un evento che viene ritenuto pericoloso per la vita umana.
cervello, il successo e l'appagamento e il riconoscimento non fanno parte dei pericoli atavici.
alterazione stato di coscienza. è un effetto collaterale.
insonnia rebound, detta anche insonnia rinculo. mo stai sveglia tutta notte a pensare chi cazzo volevi dimenticarti di essere.
stabilizzanti dell'umore, il litio e l'acido valproico aka valproato sodico. attenzione all'aumento notevole di peso. a noi ci piace essere scheletri di aspartame e firme.
una controindicazione non è un effetto collaterale.
è un avvertenza, non un rischio, dai.

vivo in tso.
art. 32 della costituzione italiana.
io è da ventiquattro anni che vivo da rotary club e infrango l'art. 5 del codice civile.
23 maggio 1978. legge basaglia, chiudetemi fuori da me.
proteggete la collettività. sto buona mamma. sto buona e non disegno più i dinosauri nel paradiso terrestre, da quando la suora ti ha mandato a chiamare.
ma rifiuto le cure, rifiuto di sposarmi, rifiuto di piacervi.

e non vi parlo.
personalità: condizione psicologica che influenza il modo in cui l'individuo pensa e percepisce se stesso e l'ambiente circostante. carattere stabile, difficilmente modificabile e il più delle volte inconsapevole, e condiziona le relazioni sociali.
i disturbi della personalità. il blocco della fase orale l'ho superato bene, lui può testimoniare.
relazioni simbiotiche. stadio di separazione e individualizzazione. mi manchi prima ancora di averti f.b.
capacità di posticipare la gratificazione, mediata dalla noradrenalina.
evitamento del danno, produzione di adrenalina.
il tuo avo evitava lo smilodonte ed era felice.
tu ti rivesti un attimo prima che lei rientra e liberi lo stesso neutrasmettitore.

io ho studiato letteratura. sia chiaro.

milano, via valenza 17.
portate la vostra stravaganza, la vostra labilità emotiva e i vostri adorabili comportamenti inadeguati.
citofonate quaglia e preparatevi all'elettoshock.

venerdì 19 giugno 2009

douce amère. dédié à mes hommes l.m. et f.b.

douce amère.
oh, régarde: on parle de ta vie.

à toi, qui tu es le passé qui ne passe pas et à toi meme, le future sans future.

ma toque borsalino, milan 1909.
mon frac, paris 1958.
les chaussures de londres, 1930, si je ne me trompe pas.

ainsi tu vais me voir.
et sur ma peau, ton désir et serge lutens.

je suis à vous.

giovedì 18 giugno 2009

la bandiera bianca.

i miei silenzi ti lasciano ampi margini all'immaginazione. alla disperazione. 
struggersi, perché viverlo non è abbastanza.

io più che tenervi lontani non posso.
smettete di leggere adesso.
ci sono altri posti in cui so, posso farvi stare meglio di chiunque altro.

dirti chi sono.
fottiti.

(ho più rimpianti che anni. 
ho dimestichezza nella sconfitta, nel dubbio, nel conflitto.
non sono niente di quello che vedi.

vendo. 
vivo per tre quarti nella mia testa.
non vi voglio intorno, non riesco a vivere senza di voi.
nec tecum nec sine te.

ho provato a ignorarmi.
ho provato a vivere come quelle delle mia età.
ho provato, ve lo giuro, e stare serena.
uscire a cena, amore mio tu cosa prendi? la passeggiata, il divano la televisione il sesso.
la macchina bella, la macchina brutta, i locali dello status quo.
ho seguito il trend del momento, ho anticipato la tendenza, ho reinterpretato una sensazione.
religione, politica, musica, arte, grande città, piccolo borgo.
gente, non gente.
le mie tre certezze le ho qui, insieme ai sessanta chili di superfluo esistere.
per me il centro di gravità permanente sarà una tomba.)

io che in questa vita volevo solo essere utile.
e stare male senza sporcare in giro.
andate via, lasciatemi in guerra.

solennità. lentezza. concentrazione.




e ti bacio come mangio un bignè dopo un anno di dieta.




mercoledì 17 giugno 2009

il giorno in cui abbiamo perso gli occhi della nonna.

sulle tue ciglia, suono quel piccolo passaggio che so fare con il pianoforte.
tu non ti svegli, ma sorridi.
mi basta come colazione.

mi alzo inciampando nei sogni interrotti, non siamo alla tua casa al mare, e il livido che mi verrà sul fianco me lo ricorderà per giorni.
seguo le mie traiettorie oniriche al benbuio, per non svegliare te. per non svegliare me.

chiudo il tuo odore nel pugno.
bevo l'acqua dalla doccia. 
non mi saluto allo specchio, lascio che siate voi tutti a prendervi cura di me.

mentre guadagno il naviglio sulla mia bici riflessa, mi sento in debito.
tutto quello che mi manca è qui dentro da qualche parte e sale come una preghiera in una cattedrale abbandonata, come il richiamo del superstite sotto la polvere ormai ferma, come l'inno del tuo paese portato dal vento, nel campo dell'esilio.
mi fermo. 
l'allarme del respiro profondo, dei denti affondati nel labbro sotto.
l'improvvisa emergenza.

mi sento come se dovessi piangere, e nemmeno mi ricordo come si fa.

mi sforzo di ricordare la voce di mia nonna.
come quando diceva: lassia fare. 
lassia fare.

è bastata la distrazione di una generazione per perdere i suoi occhi.


domenica 14 giugno 2009

flamingo lovers.

sei sopraggiunto, cinque secondi esatti prima che mi sarei svegliata, per dirmelo senza lasciarmi modo di porre obiezioni.

non sposarti nel frattempo, e non farti cogliere impreparata.

amore mio.
io che ho incominciato ad amare la probabilità di amarti fin dal primo istante che ci siamo guardati.
io che non sapevo nemmeno chi fossi, e non lo so nemmeno ora che so tutto di te.
io che vivo per queste porcate letterarie, e tu che mi fai stare bene con un riflesso di occhiale.

saprei già dove portarti.
ho le amiche giuste che mi sussurrano all'orecchio.

se fossimo già insieme, ora sarei un po' più sudata e stanca.
mi starei alzando da questo letto per andare a prenderti dell'acqua e tornerei dalla cucina con un pompelmo rosa sbucciato e sfettato per te, su un pezzo di scottex.
poi, sdraiati, ti farei notare che la polvere di camera mia è indaco.

ti piacerà.

almeno quanto piace a me aspettarti, mentre tutto si rimescola.

giovedì 11 giugno 2009

tre caselle avanti, fermi un turno.

io ho bisogno di voi.


come dei ciechi che descrivono l'elefante.


alle iniziali tatuate.

gli undici sinonimi di filosofia.

vita avara, guarda e impara
vita amara, fermo e spara.

schiaccia bene l'idrolitina con la tua diners nera, e passami il dollaro.
cosa abbiamo oggi sulla carta del torto? abbastanza scelta da saziarci e averne la nausea.
mi salva un retroscena di battiato avanguardista, una corda di iuta a cui mi annodo le mani.

mi vizio con il pensiero della nostra probabilità.
ora comincerò a pensare solo a te, e presto o tardi ci rincontreremo.
intanto scrivo una canzone, per non presentarmi a te a mani vuote.
fai lo stesso anche tu.

schiuma alla bocca, stavolta l'abbiamo fatta grossa.
ave maria, prega per noi peccatori.
le istruzioni dicono di agitare bene, e in due minuti il nostro cervello sarà perfettamente liquido e pronto da bere.

mercoledì 10 giugno 2009

non vi parlo dell'amarezza, ma dei bachi da seta impigliati.

oggi sono stanca.
non vi trattengo con i perché. vi lascio liberi dalle mie sabbie mobili. vi risparmio l'amarezza.
solo, sappiatelo se mi scorgete trascinarmi immobile per le mie traiettorie. 
sappiatelo prima che vi avviciniate: non costringetemi alla fatica del sorriso.
sappiatelo prima che vi venga da chiedermelo, e poi devo spolverarvi dall'opacità che si deposita.

nella testa, i bachi da seta continuano a tessere.
drappi di pensieri cangianti arrotolati su se stessi.
chilometri di stropicciate elucubrazioni ammassate per colore.
il cervello avvolto nel bozzolo, pronto per essere buttato nell'acqua bollente.

dallo strappo dei blue jeans, il mio culo vi sorride.
buona visione.

domenica 7 giugno 2009

baciarsi senza pietà. un timbro.

parlarti con le labbra attaccate ai tuoi capelli, con la scusa del rumore e della gente troppo alta.
la polvere che non si toglie, granelli di nervoso tra i miei occhi e le mie foto sempre troppo buie.
sul treno il bottone incontra l'asola, una confortante complicità naturale, una sgomenta conferma che è l'ora di fare.
non esiste provare, esiste il fare e il non fare.

puntini sulla carta, puntini come funghi dopo il temporale, e io devo solo collegarli con la penna.
tutto il fastidio che ancora provo lo smaltisco in denti consumati e sopracciaglia a pezzi.
i dolori delle vite degli altri, della mancanza di amore, amore dico, di quello che serve per forza. mia mamma bambina che a otto anni cercava negli armadi i documenti della sua adozione. il mondo imperfetto, l'incapacità di gestirsi oltre le funzioni vitali, gli abusi di sufficienza.
mi vedo ricoperta di insetti e insulti, mi vedo avvolta nell'oro, mi sto perdendo in un altro colloquio di lavoro, ci sono troppe scelte tra le cose da non fare.
mi fa schifo tutto, a quest'ora della notte.


l'elogio della mediocrità.





smetterò anche di scrivere prima o poi.

sabato 6 giugno 2009

per te sarò pavone, io che naqui merlo.

i sismi lunari. il nostro satellite scosso continuamente da terremoti, per scrollarsi di dosso le pene d'amore e le impronte degli astronauti. nessuno ha mai pensato che per la luna tutto questo ammorbo sia vagamente insostenibile. e così, si sta allontanando di un centimento e mezzo a ogni nostra distrazione.

glielo stavo raccontando a bordo del lago, quando la grandine ci colse di sorpresa.

una collana di conchiglie, un filo di erba in bocca, tutto il caos di questo pianeta.

eravamo entrambe concentrate a non dare soddisfazione alla pioggia, fingendo di non accorgerci di lei.
l'attacco della grandine, però, fu improvviso e violento. ci mitragliò la testa con tutti i pensieri dentro. una lapidazione esemplare alla nostra disinvolta superbia.

mentre l'abbracciavo e le facevo da scudo, pensai ai coniglietti dell'aeroporto charles de gaulle. chissà come la passavano in quel momento. chissà coma gestivano il peso dell'onore di essere gli unici testimoni della mia fuga segreta.
noi animali curiosi, che zampettiamo su piste non nostre beffandoci delle torri di controllo.

in tedesco il merlo si chiama schwarzdrossel ma anche amsel.
che soddisfazione.

io che non volo aquila, io che non volteggio airone, io che non viaggio colombo.
ma per te sarò pavone, io che nacqui merlo.

e della filosofia del merlo le parlai sulla via del ritorno, mentre su una distesa di ghiaccio contavamo i nostri passi croccanti.

venerdì 5 giugno 2009

gardénia.

il mondo spinto in gola troppo duro da ingoiare.
palliativi e sollievi temporanei, per sopportare.

hanno pulito le strisce di sangue dal passante a lancetti, e dei resti della violenza non ne serbi traccia neanche tu, che l'hai vissuta come cronaca.
ti invidio. ti fai scivolare sempre tutto addosso, vivi meglio tu di me, questo è certo.
l'empatia e il pensiero sono due fregature storiche.
fanno bene fuori, fanno male dentro.

lui fin dai primi tempi mi scrisse: sei la persona più intelligente e sensibile che io abbia mai incontrato.
io: grazie dei complimenti.
e lui: intelligenza e sensibilità non sono complimenti, sono condanne.

era molto triste.
l'amarezza della consapevolezza del mondo.
siamo in pochi, e se voi non capite, tanto meglio.
davvero.
non c'è assolutamente niente da invidiare, qui.

e a te che vivi leggero, e mi dici che forse mi piace stare male, sorrido.
e ti faccio credere che mi basti davvero andare da chanel e ascoltare attentamente la genesi dei profumi da duecento euro. ti faccio credere che il mio umore migliori con una spruzzata di gardénia. ti faccio credere che sono audrey hepburn che scaccia le paturnie da tiffany.

ti proteggo da quello che è troppo grande da accettare.
ti proteggo da quello che non capisci.
ti proteggo da me.

è tutto ciò che posso fare.

mercoledì 3 giugno 2009

di universo vestita.

aveva un piccolo proiettore del planetario. a luci spente, riproduceva la volta celeste sul soffitto.
lui lo prese e glielo puntò addosso. 
lei si ritrovò vestita di solo universo. 

(amo l'inverno. condizione di silenzio e pulizia, eleganza e compostezza.
il freddo conserva e dà forma ai sospiri. induce alla vicinanza e al raccoglimento.
l'intimità di un camino, la pelle da guadagnare, sotto gli stati di lana e brividi.)

il sistema solare sulla sua pancia, attorno al buco nero del suo ombelico.
le costellazioni incastrate ai capelli, le galassie distorte dalle sue forme.
sirio e vega a palpebre socchiuse, univa i puntini di pegaso sul dorso della sua mano.
poi lui oscillò lentamente il proiettore, e cominciò ad accarezzarla con la via lattea. 

(mi rimane di te un abbraccio nervoso, e le tue dita passate tra i miei capelli glassati di brina.
sferzate di orgoglio a tagliarci la faccia. chilometri di iceberg tra le nostre bocche mute.)

quando lui si avvicinò, lei era sotto il segno del capricorno.
e per una volta nella vita, non ne subì minimamente gli influssi.



lunedì 1 giugno 2009

il cuore è una frattaglia.

-la cosa che mi lascia più amareggiata di tutta questa sporca faccenda- diceva lei mentre tagliava il grosso cuore a fettine sottili -è che nessuno, me compresa forse, ha creduto mai nel mio talento. nessuno che mi abbia mai spinto a disegnare, spronato a fotografare, incitato a scrivere. è da quando ero bambina che ricevevo complimenti e apprezzamenti e basta. insomma, mai nessuno che si sia sporto un po' in avanti, che mi abbia dato una spinta per fare di più-.
io guardavo alternativamente il cuore sminuzzato sul tagliere e le sue poche opere appese alla parete, per le quali dovevo riconoscere di provare una certa ammirazione.
-così mi sono sempre trovata in bilico tra la mia scarsa autostima e il mio bisogno di esprimermi, in un perenne oscillare tra creare e distruggere, mostrare e nascondere. che dici, ci fidiamo a darglielo crudo o lo passo un attimo sul fuoco?-
la guardavo: era ancora molto bella. la sua era una bellezza classica, antica, che non apparteneva alla sua epoca. una bellezza che il tempo aveva amalgamato alla sensualità della sue parole, al fascino dei suoi gesti esperti nel maneggiare la vita.

cotto è meglio, ho risposto.
quanto costa un cuore, ho domandato.

-meno di quanto si pensi- ha sussurrato lei, lasciando scivolare i pezzi in una padella. -anche perchè, come insegna il reparto macelleria, il cuore è una frattaglia.-

ho annuito.
l'ho guardata, ho guardato le foto.

il cane, seduto tra le mie gambe, deglutiva rumorosamente e mugulava la sua impazienza.

mercoledì 27 maggio 2009

gli oceani nostri li abbiamo solcati in verticale.

l'amore è un atterraggio di emergenza. 

non dico mai la parola mai. non dico mai la parola sempre.
ma ho detto la parola tutto. 

il mare noi non lo abbiamo navigato da una costa all'altra.
sconvolti dopo il nostro scontro, ci siamo trovati nel punto in cui siamo precipitati, e da lì, abbiamo cominciato a inabissarci uno nell'altro.
contro la resistenza che ci riportava in superficie, ci siamo spinti nelle acque più nere e inviolate.
sotto lo strato cristallino che offriamo al mondo, oltre i radar che scandagliano le apparenze.
giù, sempre più a fondo, dove nemmeno le correnti del vivere quotidiano osano smuovere le acque. 
trattenendo il respiro, ma per non fare rumore. 
ci siamo nuotati negli anfratti nascosti dei nostri segreti innominabili, abbiamo visto i ricordi affondati coperti dalle alghe morbide del tempo.
i naufraghi relitti delle nostre guerre, i forzieri arrugginiti delle nostre aspirazioni, le bottiglie alla deriva, che custodiscono le parole non dette alle persone che abbiamo perso negli uragani della vita.
le nostre lacrime salate mescolate all'acqua, sui vulcani spenti dei nostri sogni di gioventù, sulle faglie marine delle nostre delusioni, cicatrici interne del male di vivere.
poi, abbiamo ballato stretti il valzer dei palombari, tra gli ordigni inesplosi dei nostri peccati incagliati sul fondo.

siamo stati la tempesta perfetta al rovescio.
lo tsunami degli abissi che non increspa il bagnasciuga.


amore mio, gli oceani nostri li abbiamo solcati in verticale.
ti ho amato dalla spuma bianca delle onde alla roccia nera del fondale, e come un'ancora alla deriva, non sono più capace di tornare a galla.



lunedì 25 maggio 2009

ricamo.

il tuo sorriso è un centrotavola. mi scorri tra le ciglia socchiuse come un paesaggio assolato. 
mi ricordi un gioco che costruivo da piccola. disegnavo una farfalla colorata, la ritagliavo con estrema attenzione e la legavo con un filo da cucito a un bastoncino. poi dirigevo un'orchestra immaginaria di evoluzioni e ricami nell'aria. tu sei qualcosa di simile. semplice ma non facile. complesso ma non confuso. 

siamo alla frontiera del comprometterci. mi fermo alla dogana e non ho nulla da dichiarare.
sono una libera cittadina in viaggio e tra le mie emozioni c'è l'accordo di schengen.
un passo avanti.
uno solo.


ho un'allodola sul balcone e un rapace nel cuore.

le ultime parole d'amore le ho sussurrate al cane. che nelle sue orecchie di velluto rimanga l'eco di quanto l'amo.