domenica 27 settembre 2009

delle isole greche e dell'incavo delle ginocchia.

considerazione delle 22:30.
"il naviglio visto dalla finestra del bagno non fa esattamente lo stesso effetto della jacuzzi riscaldata".

poi invio, poi bestemmio.

a strapiombo sul mare, sono anche io un'isola piegata dal vento.
il freddo e il caldo si mischiano in bocca, bevo cloro e champagne perchè andare sotto con testa è tutto quello che mi rimane.
pensieri torbidi nell'acqua cristallina, ma riesco a mimetizzarmi.

davanti al trentadue, nessuno sospetta.
è un'arma di distrazione di massa.
il trentadue con le fossette sulle guance, l'orgoglio del mio esercito: il sorriso che ti rade al suolo senza nemmeno che tu te ne renda conto.

e così ti porto il sale e il miele nelle onde dei capelli, la sabbia sotto la lingua, il sole racchiuso nell'incavo del ginocchio che mi accarezzi mentre ci addormentiamo.

agli uomini nudi che si amano dietro gli scogli, ai pellicani che ci cercano, ai matrimoni in cui tu vuoi ballare e io solo bere, alle strade strette in cui guido come in un videogioco, e tu ridi.
e io rido.
e vaffanculo al mondo, fino a domani.

finché finirà la musica, e io mi ritroverò in piedi senza sedia, come quel fottuto gioco all'asilo.
so che voi ci sarete tutti, con il culo ben piazzato sui vostri successi, sulle vostre mogli, sulle vostre famiglie costruite, e mi guarderete con lo sguardo soddisfatto della resa dei conti.
"vedi, te l'avevamo detto. potevi accontentarti, potevi sceglierci quando eri giovane ed eri ancora in tempo. ora sei spacciata."

martedì 22 settembre 2009

squarcio.

una piazza di pubblica esecuzione.
i miei piccoli segreti innaffiati dalla vostra stupida curiosità germogliano e crescono rigogliosi.

sprazzi di sudata adolescenza mentre l'amico di mio fratello mi accompagna in stazione, e io lo rovino come avrei voluto essere rovinata io alla sua età.
quanta adrenalina per un sorpasso a destra, per il ricordo lontano e vago di.
di cosa cazzo? il ricordo di cosa?

la severità è il mio peggior difetto.
la serietà la mia piaga.
la consapevolezza la mia malattia genetica.
il ricordo di cosa? cemento tra me e me. devo aver fatto qualcosa di molto grave.

un sorpasso a destra, senza limite di velocità, dalla parte di chi deve essere punito.
massì. che bello. così arrivo in stazione a como e mi tolgo il maglione che non fa poi così caldo, per gli altri.
la canottiera di maglia sottile che non protegge gli sguardi dall'impertinenza dei capezzoli, la coda alta per liberare il viso dalla frangia.
le gambe incrociate, seduta per terra, la nikon che stupra la ritrosia degli astanti.
mi stiracchio al sole poco saturo e stappo la birra -io bevo la birra- in stazione, aspettando il treno.
anni fa.
anni fa.
anni fa.
oggi.
anni fa.

come quando andavo in germania per i 18.
o sul treno per amsterdam nell'inter-rail.
ma chi ero?
chi cazzo ero?

ma dove mi sono persa? quando mi sono tradita? quando mi sono lasciata voltandomi le spalle?
mi sono rinnegata in una piastra liscia capelli, in un negozio benetton, in una scuola di comunicazione, in uno strato di polvere, in un quaderno lasciato in bianco, in un pompino a labbra contratte, in un'agenzia di pubblicità, in un cantante pop, nell'emulazione di un manichino, negli outlet di prada, in un pacco di biscotti intero, nella comodità di distruggermi le sopracciglia, in un si che era un no, nello scavare nelle vite delle ex dei miei fidanzati, in cinquecento euro in una banconota sola, in ogni rinuncia, in ogni bugia, in un culo più sodo, in una marca, in un sovrapprezzo, in un giro di amici, in un vernissage, in un mazzo di chiavi, in uno specchietto in borsa, nelle foto in posa, in un silenzio, in un no che era un si, in un favore, in un gioco di parole per non dire sbattere in faccia la verità a nessuno, in questa città del cazzo e in mille piccole enormi altre cose che non vi posso dire, che non voglio ricordare, che non riesco ad ammettere.

fanculo tutto.

un sorpasso sulla destra, ero lì.



cammino ancora con le peggiori intenzioni.

domenica 20 settembre 2009

silenziosamente appartengo.

nonostante gli sforzi, i buoni propositi, la forza di volontà, non mi piace nessuno.
non so cosa fare.
giuro che non è colpa mia.
io la mia parte l'ho fatta: ho abbassato lo standard, ho ampliato la fascia d'età ammettendo anche i coetanei, ho messo da parte le aspettative.
sorrido, pure.
eppure non mi piace nessuno nei secoli dei secoli.

lui è un cecchino.
il suo ricordo è un proiettile silenzioso e preciso che fa fuori chiunque si avvicini.
nessuno regge il confronto, prima ancora che di confronto si possa parlare.

ma la verità è, che non è colpa del passato.
è il presente la carestia.
sarei insoddisfatta anche se prima non avessi conosciuto la soddisfazione.

mhà.

intanto si scarica la batteria della nikon e io cado in repentina depressione.
dovevo fotografare la scatola, mannaggia.
poi c'è la mafia del pelo.
e il niente.
il niente sempre.
il niente detto in mille modi diversi.

sabato 12 settembre 2009

le dannate cose.

e daremo in pasto al mondo la cronaca, perchè si sazino, perchè a loro basta. diremo loro luoghi e date, e rassicuranti frasi fatte. saranno soddisfatti e ci lasceranno stare.
così potremo andare dietro al sipario indisturbati, a fare l'amore, a fare la vita. quello che ci siamo scelti, quella per cui siamo al mondo. spogliati dalle cravatte e dagli addominali tonici, dalle cose che abbiamo visto e non ci sono piaciute, dal dovere della comunicazione.
perchè sappiamo esistere senza dirlo a nessuno.
abbiamo imparato ad essere fighi senza il riconoscimento del pubblico.
perchè ci siamo affrancati dagli specchi, ed è impagabile il segreto.

amare veramente, rare volte nella vita.
non sprechiamoci.

non farmi invecchiare.

giovedì 10 settembre 2009

menzogne e preghiere.

dopo che ho visto videocracy, ho chiuso facebook. ora dispongo di molto più tempo libero per dannarmi come si deve.
sto leggendo in media un libro al giorno. vedo i film di notte. mi alzo dal letto solo per andare a pisciare, o prendere il gelato.
non bevo da una settimana. non sto fumando.
ho il cellulare spento da tre giorni, e nessuno sembra preoccuparsene.
respiro dalla bocca perchè ho il naso completamente tappato, e a volte mi sembra di soffocare.
mangio poco per farmi bastare la roba, affido il cane a mio fratello.
non tiro le tende e non guardo fuori.
non esco per nessun motivo.

lo sberleffo della vita ha fatto sì che tutto accadesse adesso, a settembre.
il festivaletteratura a mantova. mito a milano con il milano film festival.
il breve rientro di lui dall'america.

e io qui a scrivere sui fogli di carta menzogne e preghiere.

input mancati, ripercussioni pesantissime sul sistema nervoso centrale.
ho appena comprato il biglietto del treno per zagabria.

giovedì 3 settembre 2009

adesso. dopo ci salutiamo.

le cose belle prima o poi finiscono.
ce lo hanno detto per minacciarci, per infierire.
fanculo. io dico che se sono cose belle, si evolvono in meglio.

presto mi chiuderò di nuovo, ma non diventare triste.
sparirò dalla circolazione per il tempo necessario, e se ti mancherò sarà solo più bello reincontrarsi.
abbasserò le saracinesche sulle mie vetrine, per ristrutturare di nuovo tutto. mettere ordine ancora una volta, riorganizzare il contenuto, rendere questa molteplicità di pensieri, passioni, sentimenti e azioni una ricchezza utile, non solo una confusione colorata bella da vedere.

lo devo fare, come ho dovuto fare adesso.

ormai sono diventata grande, quindi capace di affrontare la vita. anche se continua a non piacermi granchè, ora la prendo e la plasmo, non la scanso più.
poi è arrivata la fotografia, e ormai rivendica la sua parte.
e infine, vittoria è un sostantivo, stefania è un nome proprio.

il primo la dice lunga su quello che è stato.
il secondo è pronto a uscire allo scoperto e continuare a raccontarlo. adesso.

a presto.

mercoledì 2 settembre 2009

io non so fare niente, volevo solamente...

io sto cercando, ossì, di avere una conversazione con me che abbia senso, ma mi sto rendendo conto che:
1- non ho abbastanza biglietti da visita da scambiarmi con gli altri bambini alle feste milanesi.
2- vivo sotto la radice quadrata della mia autodistruzione mentre tutti si presentano esponenzialmente moltiplicati per se stessi.
3- mi fodero la bocca con le focaccine del buffet, mentre i miei interlocutori mi sbriciolano addosso i loro successi.
4- sono tutti più magri di me, anche quelli che pesano di più.
5- l'ancestrale sfida tra l'uomo e lo smilodonte, il duello mediovale, l'appello insindacabile del sistema delle caste, la blitzkrieg, la tua possibilità di essere figo e quindi di esistere improvvisamente, essere desiderabile come amico, contatto, persona-che-conosco-io, ora si gioca in quei tre secondi di silenzio assoluto che intercorrono tra la fatidica domanda: "e tu cosa fai?" e la tua risposta.

carissimi.
una volta chiesi a un mio amico che navigava nella melma del pensiero e della mirtazapina da molti anni più di me: "qual è la soluzione?"
"un sano snellimento burocratico mentale e tanto sesso" mi rispose.
poi lo ricoverarono.

martedì 1 settembre 2009

il mal di pancia di settembre.

con la tecnologia ridotta al minimo, riprendere forzato possesso della personalità contingente.
stavo per scrivere reale, ma non so quanto più vera sia la versione di carne rispetto a quella di files.

ti scrivo dal parapetto del mio dolce appartamento.
le esequie dell'estate le abbiamo celebrate in una cena colorata e naif.
accogliamo settembre senza le doglie della scuola, siamo liberi dai brufoli e dagli amori tra i banchi.
sui fogli protocollo, oggi, scrivo le brutte copie delle lettere d'amore.
che poi sono tutte qui, ad aspettarti.
impilate,ordinate, disperate.

tu non arriverai.
saranno il mio testamento emotivo.

giovedì 27 agosto 2009

le mie tracce.

bravi, bello.
i fotoromanzi delle vostre vacanze mentre mi sfuggo e penso ai cazzi miei.
bello, bravi.
ora che gli amici del mare tornano alle loro case.
ora che l'amore estivo si toglie come sabbia asciutta, scrivete le ultime righe di promesse. eterne se va bene fino all'anno prossimo.
vi vedo tornare abbronzati e felici e sono contenta di vedervi. davvero. mi sentivo sola.
ripopolate controvoglia la città, presto avrete fame e smetterete di fare gli schizzosi.
ne conosco pochi di puri che si lasciano morire pur non di addentare una quotidianità mediocre.


io sono come mi avete lasciata, per non destabilizzare, per non dare spiegazioni.
al massimo, solo un po' più pulita, un po' più in ordine.
perchè ho cambiato l'asse di rotazione senza sbriciolare in giro.
ho svuotato tutto e ricomposto senza smuovere la pelle.
sono le mani rovinate, ma quella è la guerra.

così mi rimetto a voi.
come quando mi dicevi smettila di essere così perfezionista. fuochino acqua acqua.
perfezionista è chi insegue la perfezione. io ne ridefinisco il concetto.

perchè non sono la migliore.
io sono la pietra di paragone.

e tu lo sai.
oh, se lo sai.

ma non lo puoi ammettere.
nè a me, nè a lei, nè a te.

se esco dal tuo campo visivo, quindi, è solo perchè ti voglio bene.

chiudi gli occhi, mentre lascio in giro le mie tracce per fare al mondo più male possibile.

sabato 22 agosto 2009

riflessione sull'impermanenza.

mi sono sognata a cena con fernanda pivano, massimo cacciari e arnaldo pomodoro.
sti cazzi.
parlavamo di cose.
cacciari diceva qualcosa di pesantissimo su dante, e io capivo una parola su tre.
arnaldo mi consigliava di iscrivermi all'accademia di brera e io chiedevo alla nanda com'era la pelle di kerouac, che profumo aveva, se era liscia o ruvida, che maglioni indossava, come muoveva le mani, le braccia. di hemingway non mi interessava. io le chiedevo di kerouac e piangevo a fiotti.
arnaldo mi diceva, fai scultura, fai scultura.

cappuccino e una quantità di dolci indecente.
che poi mi alzo e penso che non si è trattato di una colazione, ma di un vero e proprio atto di vandalismo verso un patrimonio dell'umanità.
culo di trionfo.
sic transit gloria mundi.

dentro questo bozzolo di silenzio e provincia, mi sto evolvendo che tutto si ridimensiona continuamente.
tornerò a voi che non sarò più come mi avete lasciato. cosa che mi fai notare con me capita sempre, da un giorno all'altro.
ma stavolta no.

è radicale.
è epocale.
è immenso.

mostrami la mano nella quale tieni la tua sofferenza.
tanta strada per arrivarci, ed era tutto così semplice.

mercoledì 19 agosto 2009

storie di una notte di fine estate.

l'appuntamento era alle otto di mattina.

lei, arrivò a mezzanotte.



lui, c'era ancora.



(non mi sembra necessario aggiungere altro.)

giovedì 13 agosto 2009

cosa avete da guardare?

era ieri? abbiamo bevuto tre bottiglie di vino. e quell'amaro di erbe, che era dolce in confronto alle nostre parole. eravamo sul lago, nei rari posti salvati dai turisti, che i nonni bisbigliano da orecchio a orecchio fino a noi, custodi e profanatori. ci siamo lasciati traghettare sulle acque indifferenti del lario, e il vecchietto della barca ha detto che sono più bella della canalis. tu ti sei fatto pensieroso, e non hai detto niente fino al ritorno.
era domani? hai chiesto a mia mamma di sposarmi. è stato buffo, perchè io e te eravamo lì, e io ridevo con gli occhi liquidi e tu avevi il singhiozzo come nei cartoni animati, ma prendevamo la cosa sul serio, e abbiamo chiamato la mamma, e lei è arrivata per davvero. ed era pazzo e surreale, lei al tavolo, io la figlia ubriaca e tu l'uomo improvviso.
era oggi? ho un mal di testa che mi guardo allo specchio e mi sorrido come una complice e un boia. non mi dò consigli, non mi strucco, non mi faccio raccomandazioni. tra poco sono di nuovo con te. ma ora mi sdraio nella cuccia del cane, che mi avvolga, mi inglobi. lei mi guarda, e mi guarda, e mi guarda e poi non mi guarda più.

lunedì 10 agosto 2009

a te che fai succedere le cose.

e mi porterai al mare quando sarà anche troppo tardi per andare al lago.

passerai da casa mia e non ti lascerò nemmeno il tempo di sdraiarti sul mio letto.
-andiamo al mare-
senza il punto di domanda, perchè non te lo sto chiedendo.
è una richiesta d'aiuto. una preghiera, una soluzione a te che arrivi al fronte e vuoi renderti utile.
e infatti non obietti che è il tramonto, che sei appena arrivato, che stai guidando più di un camionista. -basta che torni a riva, però-

dopo cinque minuti siamo in macchina, dopo un'ora siamo in un autogrill squallido a infilarmi il costume barcollando su un piede solo e ridendo di gioia e dopo due ore sto nuotando come se non fossi nata per fare altro altro.
e mi quando mi scende una lacrima vado sotto con la testa per non farti preoccupare.

acqua salata nell'acqua salata.
mi inabisso nella mia stanchezza e nella mia gratitudine.

fanculo alla razionalità, alla morsa delle cose reali e al valore che date ai cruscotti delle vostre macchine nuove.

ma grazie a te che fai succedere le cose.

venerdì 7 agosto 2009

di quando sono diventata grande.

non so bene come se la vivano le farfalle, appena spaccato il bozzolo. non posso prenderle come esempio. non ho nemmeno un riferimento mammifero, o una metafora soddisfacente, o un passo letterario da citare, quindi devo metterla giù nuda e cruda:


questa estate sono diventata grande.



alle cinque di mattina, nell'apice catartico di una notte di incubi insonni e paura nera, ho realizzato. tout simplement, ero stata fatta adulta a mia insaputa e contro il mio volere inconscio.



non si diventa grandi con le prime scarpe che ti allacci da solo, con il primo assorbente o quando fai i diciotto e ti firmi le giustificazioni.
diventi grande quando ti allunghi verso l'alto per essere preso in braccio e invece ti ritrovi in mano il mondo. chi te lo stava sostentendo sopra la testa non ce la fa più. trauma, vacilli: se molli, schiacci tutti. se reggi, lo tieni tu per sempre.

e così, torno a casa per nascondermi dietro alla mamma, ma non la trovo perchè è lei dietro di me.

con il papà.
e il fratello.

e il cane.

a difendere un minimo di decenza umana, in questa vita in cui temo il peggio, e non resto mai piacevolemente sorpresa del contrario.

un amico diceva che ci vuole un bel coraggio a suicidarsi. io dico che ci vuole un bel coraggio a vivere. lexotan per dormire, svenimenti, suicidi: sono fughe dalla realtà, e la fuga è la debolezza.

vorrei ma non posso. ora devo pensare.


agosto duemilanove. mangiata viva dalle zanzare tigre, dall'ansia e dalla provincia, vi sorrido.
alla guerra. ma non era meglio quella onesta, in cui ci si sparava dalle trincee?

giovedì 30 luglio 2009

a cosa pensi.

e poi silenzio all'improvviso / c'è tutto il mondo sul tuo viso.

degli spettacoli impareggiabili, delle corse sotto il sole, delle nostre chiacchere annegate nel thé bollente.
questo voler essere a tutti i costi una gran testa di cazzo.
il perdono e la remissione dei peccati.
la rimozione forzata dei sentimenti parcheggiati abusivamente. amori con le gomme bucate che intasano le principali arterie autostradali italiane. tanto non arriveremo mai in orario.


e quando mi chiedi a cosa sto pensando, e ti rispondo a niente.

penso che i resti dei vostri figli alcolizzati smembrati sull'asfalto verranno mangiati dai cani che avete abbandonato all'andata. penso che state invecchiando tutti, e vi state allargando, gonfiando, ingiallendo e mi fate schifo. penso che eravamo bambini insieme e già vi compativo e ora ho la riprova che non mi sbagliavo: erano anni che non vi vedevo, e siete ancora peggio di come mi aspettavo, vi siete sposati tra di voi, avete fatto le vostre brave foto alle feste comandate, avete i cuoricini di san valentino attaccati alle chiavi dei vostri bilocali a cento metri da dove siete partiti, siete sorridenti, siete già vecchi a vent'anni, siete morti, siete carne da palinsesto. penso che sto ridendo solo per farvi piacere e vi rassicuro con le parole semplici che potete capire senza perdere l'equilibrio.


penso a lui. alla fine penso sempre e solo a lui.
pensavate che mi stessi vendendo, in realtà ero io che compravo.

per sopravvivermi mi attacco con le unghie a piccole cose di una bellezza sconcertante. la foto di mia nonna da ragazza, un biglietto di mio papà fidanzato alla mamma, la ciocca di capelli del mio fratello morto e il mio cane che sogna, qui sotto di me.

martedì 28 luglio 2009

e allora non dico: portatemi settembre.

perchè una promessa è una promessa.

mi costerà un centimetro di sopracciglio, ma sto scrivendo.
scrivo furtiva, nascosta dalle ronde dell'esercito del malessere. scrivo come se apparecchiassi la tavola con gli avanzi, solo perchè avete fame.

quanto ho parlato negli ultimi giorni? infiltrazioni tra le porte ermetiche.
la settimana nera della guerra, lui che al telefono mi dice: non puoi perdere. lui che la telefono mi ordina: curati.
e io sarò il vostro pit bull, schiaffeggiatemi il muso e slegatemi. aizzatemi. contro il nemico, contro la mia natura, contro la vostra debolezza. tengo le presa, ma non fatemi pensare.

ho vinto? contrasti familiari atavici, curiamo le nostre aiuole ipocrite mentre disboschiamo i nostri alberi genealogici.
raccontandolo, sembrerebbe cronaca. è viverlo il dramma.
ho pareggiato? chiedo solo un po' di serenità. almeno fuori.
nemmeno l'ironia, fida scudiera.

curati. la malattia non mia, le malattie del tuo peccato. l'amante dell'amante. l'esercito delle bugie, il tuo harem di specchi, il carnevale grottesco della nostra verità.
perchè ogni volta che proviamo a metterci una pietra sopra, finiamo per prenderci a sassate.
lapidazioni in subordinate implicite, i nostri sms sono epitaffi.
siamo così masochisti a non lasciarci. morire.

tutto quello che ho è il martedì pomeriggio.
riscoprire che esiste il martedì pomeriggio.
riprendere il mondo, come la cassetta degli effetti personali uscendo di prigione.
non so quasi come toccarlo. non so quasi cosa farmene.
con la leggerezza di un'ansia rimandata, saltare sui fogli bianchi abbandonati per strada.

non ho perso.
baci in bocca agli astanti.




devo inventarmi. settembre può aspettare.

venerdì 17 luglio 2009

perchè non sono dove siete voi. postfazione.

con tutte le longitudini annodate, ancora orfana di fuso orario, leggo questi miei appunti e mi sembrano maledetti ideogrammi. ragnetti schiacciati tra le pagine.

"mi piace quando il comandante dell'aereo comunica che stiamo sorvolando qualcosa da vedere. ma non sono sicura che questa cosa avvenga veramente. forse me la sono immaginata"
però mi ricordo benissimo quando tornando da los angeles mi hai svegliata per farmi vedere gli iceberg della groenlandia.

"prepararsi a un viaggio in cina leggendo il milione di marco polo è come prepararsi al matrimonio leggendo un romanzo harmony"
dovevo essere un po' stanca.

"pechino non è una città. è una tacca del microonde"

"..."

ora sono le dieci, quindi le quattro di mattina.
ho voglia di cappuccino, brioche e minibar.

risintonizzarmi.

sabato 27 giugno 2009

ricapitolando.

fra un paio di giorni vado dall'altra parte del mondo.
sì, è vero. sono avvezza a viaggi ben più lontani e impegnativi, ma questa volta mi porto dietro anche il corpo.
quindi, la valigia sul letto.
l'importante non è quello che metti dentro, ma quello che riesci a lasciare.

la mia fame di input.
nel giro di ventiquattro ore sono passata dai bassifondi più luridi di milano ai più disperati quartieri alti.
ho bevuto quando mi passavano la bottiglia, con la stessa faccia da una moretti da 66 fino a una magnum di krug.
ho solcato il buio, sono scivolata ai bordi del vostro campo visivo, ero un passo dietro di voi.
non ho intravisto felicità.
tra evasi e evasori, pregiudicati e corrotti, schiavi del traffico e trafficanti di schiavi.

milano cosa vuoi dirmi? milano cosa stai cercando di insegnarmi?
la verità con la v maiscola non esiste.
come diceva habermas, quel che possiamo fare è avere con noi stessi una conversazione che abbia senso.

gli onesti mi annoiano. lo stagno del politically correct.
degli onesti ho bisogno. ho un emisfero anarchico e uno nazista e tanto bisogno di mia mamma.

conosco tutti. sto con tutti. vi parlo, vi intrattengo, vi lascio un'ottima impressione.
vi voglio anche bene, davvero.
ma quanto mi sento sola. se voi solo sapeste per un attimo fugace di consapevolezza, quanto mi sento sola.
la solitudine è il prezzo della grandezza, diceva qualcuno.
ma io resto sospesa a millantare.
io non ho ancora fatto niente.
in ventiquattro anni di vita ho allestito la vetrina più accattivante ma non ho mai aperto il negozio.
mi chiedo: il talento in potenza e non in atto, si può ancora chiamare talento?

e in tutto ciò, mi licenzio da una vita che non mi appartiene con le sue parole che mi dicono: le suore non sono più quelle che ti impediscono di disegnare le stelle colorate, piccolo enimol, le suore da temere adesso sono quelle che ti fanno credere che tutto questo schifo inutile sia qualcosa di figo, per cui ne valga la pena.

ricapitolare, come tirare le somme.
ricapitolare, come riarrendersi al nemico, cedere completamente agli argomenti o alle insistenze altrui.

la valigia sul letto, a bocca aperta.
vorrei lasciarla vuota e farmi sequestrare tutto il contenuto in dogana.

(e complimenti a te che mi hai riconosciuto)

domenica 21 giugno 2009

uomini e cani.

le caratteristiche del suicidio: intenzionalità, consapevolezza, finalità suicida del gesto.
che, à mon avis, sono le stesse del venirti a cercare nel tuo quartiere per dirti che esiste la possibilità che io ti ami.

tutto ciò, dopo essere stata a brera ed esserne uscita con il mal di testa storico. a pulirmi la testa dai martiri, dalle crocefissioni e dalle bastonate agli asini sullo sfondo ci ho messo milano.

che poi andare a le trecca è uguale.

uguale identico.






sabato 20 giugno 2009

qualcuno volò sul nido della quaglia.

la paroxetina, i giorni della paroxetina.
vivevamo in questa casa di ringhiera.
io ero paziente da una vita.

antidepressivi: possono essere divisi in tre classi, prima seconda terza generazione. agiscono sulla noradrenalina, serotonina aka 5ht.
inibiscimi sto enzima, bastonalo, prendilo a sprangate. azione irreversibile.
ci vorranno cinque giorni prima che mi riaccorga di me.
e delle mie disfunzioni sessuali non mi interessa, tanto non scopo da cinque mesi, non mi accorgerei della differenza.
mi ostracizzo. la mia persona troppo brava e intelligente per vivere con me.
mandata in esilio da quelli di terza generazione, quelli selettivi, precisi, gli ssri, inibitori selettivi della ricaptazione della setonina, la pa-ro-xe-ti-na. tutti attivi nei distubi depressivo maggiore, disturbi manico depressivi, ossessivi compulsivi, disturbo da attacco di panico.
snri, tra cui la duloxetina, se sai che il paziente è inaffidabile e sciocco, e non se lo prende tutti i giorni come un'ostia.
antipsicotico nuerolettico, ansiolitico calmante.
agiscono sulla dopamina.

sedativo ipnotici. il barbiturico vintage, non lo prendo per non andare in coma, troppo simile alla città da dove vengo, fanculo che ci torno.
i love benzodiazepine: agonisti totali, si legano al sito a del gaba e favoriscono la corrente del cloro. un farmaco che inibisce l'ansia. quella ragionevole reazione ipercinetica a un evento che viene ritenuto pericoloso per la vita umana.
cervello, il successo e l'appagamento e il riconoscimento non fanno parte dei pericoli atavici.
alterazione stato di coscienza. è un effetto collaterale.
insonnia rebound, detta anche insonnia rinculo. mo stai sveglia tutta notte a pensare chi cazzo volevi dimenticarti di essere.
stabilizzanti dell'umore, il litio e l'acido valproico aka valproato sodico. attenzione all'aumento notevole di peso. a noi ci piace essere scheletri di aspartame e firme.
una controindicazione non è un effetto collaterale.
è un avvertenza, non un rischio, dai.

vivo in tso.
art. 32 della costituzione italiana.
io è da ventiquattro anni che vivo da rotary club e infrango l'art. 5 del codice civile.
23 maggio 1978. legge basaglia, chiudetemi fuori da me.
proteggete la collettività. sto buona mamma. sto buona e non disegno più i dinosauri nel paradiso terrestre, da quando la suora ti ha mandato a chiamare.
ma rifiuto le cure, rifiuto di sposarmi, rifiuto di piacervi.

e non vi parlo.
personalità: condizione psicologica che influenza il modo in cui l'individuo pensa e percepisce se stesso e l'ambiente circostante. carattere stabile, difficilmente modificabile e il più delle volte inconsapevole, e condiziona le relazioni sociali.
i disturbi della personalità. il blocco della fase orale l'ho superato bene, lui può testimoniare.
relazioni simbiotiche. stadio di separazione e individualizzazione. mi manchi prima ancora di averti f.b.
capacità di posticipare la gratificazione, mediata dalla noradrenalina.
evitamento del danno, produzione di adrenalina.
il tuo avo evitava lo smilodonte ed era felice.
tu ti rivesti un attimo prima che lei rientra e liberi lo stesso neutrasmettitore.

io ho studiato letteratura. sia chiaro.

milano, via valenza 17.
portate la vostra stravaganza, la vostra labilità emotiva e i vostri adorabili comportamenti inadeguati.
citofonate quaglia e preparatevi all'elettoshock.

venerdì 19 giugno 2009

douce amère. dédié à mes hommes l.m. et f.b.

douce amère.
oh, régarde: on parle de ta vie.

à toi, qui tu es le passé qui ne passe pas et à toi meme, le future sans future.

ma toque borsalino, milan 1909.
mon frac, paris 1958.
les chaussures de londres, 1930, si je ne me trompe pas.

ainsi tu vais me voir.
et sur ma peau, ton désir et serge lutens.

je suis à vous.

giovedì 18 giugno 2009

la bandiera bianca.

i miei silenzi ti lasciano ampi margini all'immaginazione. alla disperazione. 
struggersi, perché viverlo non è abbastanza.

io più che tenervi lontani non posso.
smettete di leggere adesso.
ci sono altri posti in cui so, posso farvi stare meglio di chiunque altro.

dirti chi sono.
fottiti.

(ho più rimpianti che anni. 
ho dimestichezza nella sconfitta, nel dubbio, nel conflitto.
non sono niente di quello che vedi.

vendo. 
vivo per tre quarti nella mia testa.
non vi voglio intorno, non riesco a vivere senza di voi.
nec tecum nec sine te.

ho provato a ignorarmi.
ho provato a vivere come quelle delle mia età.
ho provato, ve lo giuro, e stare serena.
uscire a cena, amore mio tu cosa prendi? la passeggiata, il divano la televisione il sesso.
la macchina bella, la macchina brutta, i locali dello status quo.
ho seguito il trend del momento, ho anticipato la tendenza, ho reinterpretato una sensazione.
religione, politica, musica, arte, grande città, piccolo borgo.
gente, non gente.
le mie tre certezze le ho qui, insieme ai sessanta chili di superfluo esistere.
per me il centro di gravità permanente sarà una tomba.)

io che in questa vita volevo solo essere utile.
e stare male senza sporcare in giro.
andate via, lasciatemi in guerra.

solennità. lentezza. concentrazione.




e ti bacio come mangio un bignè dopo un anno di dieta.




mercoledì 17 giugno 2009

il giorno in cui abbiamo perso gli occhi della nonna.

sulle tue ciglia, suono quel piccolo passaggio che so fare con il pianoforte.
tu non ti svegli, ma sorridi.
mi basta come colazione.

mi alzo inciampando nei sogni interrotti, non siamo alla tua casa al mare, e il livido che mi verrà sul fianco me lo ricorderà per giorni.
seguo le mie traiettorie oniriche al benbuio, per non svegliare te. per non svegliare me.

chiudo il tuo odore nel pugno.
bevo l'acqua dalla doccia. 
non mi saluto allo specchio, lascio che siate voi tutti a prendervi cura di me.

mentre guadagno il naviglio sulla mia bici riflessa, mi sento in debito.
tutto quello che mi manca è qui dentro da qualche parte e sale come una preghiera in una cattedrale abbandonata, come il richiamo del superstite sotto la polvere ormai ferma, come l'inno del tuo paese portato dal vento, nel campo dell'esilio.
mi fermo. 
l'allarme del respiro profondo, dei denti affondati nel labbro sotto.
l'improvvisa emergenza.

mi sento come se dovessi piangere, e nemmeno mi ricordo come si fa.

mi sforzo di ricordare la voce di mia nonna.
come quando diceva: lassia fare. 
lassia fare.

è bastata la distrazione di una generazione per perdere i suoi occhi.


domenica 14 giugno 2009

flamingo lovers.

sei sopraggiunto, cinque secondi esatti prima che mi sarei svegliata, per dirmelo senza lasciarmi modo di porre obiezioni.

non sposarti nel frattempo, e non farti cogliere impreparata.

amore mio.
io che ho incominciato ad amare la probabilità di amarti fin dal primo istante che ci siamo guardati.
io che non sapevo nemmeno chi fossi, e non lo so nemmeno ora che so tutto di te.
io che vivo per queste porcate letterarie, e tu che mi fai stare bene con un riflesso di occhiale.

saprei già dove portarti.
ho le amiche giuste che mi sussurrano all'orecchio.

se fossimo già insieme, ora sarei un po' più sudata e stanca.
mi starei alzando da questo letto per andare a prenderti dell'acqua e tornerei dalla cucina con un pompelmo rosa sbucciato e sfettato per te, su un pezzo di scottex.
poi, sdraiati, ti farei notare che la polvere di camera mia è indaco.

ti piacerà.

almeno quanto piace a me aspettarti, mentre tutto si rimescola.

giovedì 11 giugno 2009

tre caselle avanti, fermi un turno.

io ho bisogno di voi.


come dei ciechi che descrivono l'elefante.


alle iniziali tatuate.

gli undici sinonimi di filosofia.

vita avara, guarda e impara
vita amara, fermo e spara.

schiaccia bene l'idrolitina con la tua diners nera, e passami il dollaro.
cosa abbiamo oggi sulla carta del torto? abbastanza scelta da saziarci e averne la nausea.
mi salva un retroscena di battiato avanguardista, una corda di iuta a cui mi annodo le mani.

mi vizio con il pensiero della nostra probabilità.
ora comincerò a pensare solo a te, e presto o tardi ci rincontreremo.
intanto scrivo una canzone, per non presentarmi a te a mani vuote.
fai lo stesso anche tu.

schiuma alla bocca, stavolta l'abbiamo fatta grossa.
ave maria, prega per noi peccatori.
le istruzioni dicono di agitare bene, e in due minuti il nostro cervello sarà perfettamente liquido e pronto da bere.

mercoledì 10 giugno 2009

non vi parlo dell'amarezza, ma dei bachi da seta impigliati.

oggi sono stanca.
non vi trattengo con i perché. vi lascio liberi dalle mie sabbie mobili. vi risparmio l'amarezza.
solo, sappiatelo se mi scorgete trascinarmi immobile per le mie traiettorie. 
sappiatelo prima che vi avviciniate: non costringetemi alla fatica del sorriso.
sappiatelo prima che vi venga da chiedermelo, e poi devo spolverarvi dall'opacità che si deposita.

nella testa, i bachi da seta continuano a tessere.
drappi di pensieri cangianti arrotolati su se stessi.
chilometri di stropicciate elucubrazioni ammassate per colore.
il cervello avvolto nel bozzolo, pronto per essere buttato nell'acqua bollente.

dallo strappo dei blue jeans, il mio culo vi sorride.
buona visione.

domenica 7 giugno 2009

baciarsi senza pietà. un timbro.

parlarti con le labbra attaccate ai tuoi capelli, con la scusa del rumore e della gente troppo alta.
la polvere che non si toglie, granelli di nervoso tra i miei occhi e le mie foto sempre troppo buie.
sul treno il bottone incontra l'asola, una confortante complicità naturale, una sgomenta conferma che è l'ora di fare.
non esiste provare, esiste il fare e il non fare.

puntini sulla carta, puntini come funghi dopo il temporale, e io devo solo collegarli con la penna.
tutto il fastidio che ancora provo lo smaltisco in denti consumati e sopracciaglia a pezzi.
i dolori delle vite degli altri, della mancanza di amore, amore dico, di quello che serve per forza. mia mamma bambina che a otto anni cercava negli armadi i documenti della sua adozione. il mondo imperfetto, l'incapacità di gestirsi oltre le funzioni vitali, gli abusi di sufficienza.
mi vedo ricoperta di insetti e insulti, mi vedo avvolta nell'oro, mi sto perdendo in un altro colloquio di lavoro, ci sono troppe scelte tra le cose da non fare.
mi fa schifo tutto, a quest'ora della notte.


l'elogio della mediocrità.





smetterò anche di scrivere prima o poi.

sabato 6 giugno 2009

per te sarò pavone, io che naqui merlo.

i sismi lunari. il nostro satellite scosso continuamente da terremoti, per scrollarsi di dosso le pene d'amore e le impronte degli astronauti. nessuno ha mai pensato che per la luna tutto questo ammorbo sia vagamente insostenibile. e così, si sta allontanando di un centimento e mezzo a ogni nostra distrazione.

glielo stavo raccontando a bordo del lago, quando la grandine ci colse di sorpresa.

una collana di conchiglie, un filo di erba in bocca, tutto il caos di questo pianeta.

eravamo entrambe concentrate a non dare soddisfazione alla pioggia, fingendo di non accorgerci di lei.
l'attacco della grandine, però, fu improvviso e violento. ci mitragliò la testa con tutti i pensieri dentro. una lapidazione esemplare alla nostra disinvolta superbia.

mentre l'abbracciavo e le facevo da scudo, pensai ai coniglietti dell'aeroporto charles de gaulle. chissà come la passavano in quel momento. chissà coma gestivano il peso dell'onore di essere gli unici testimoni della mia fuga segreta.
noi animali curiosi, che zampettiamo su piste non nostre beffandoci delle torri di controllo.

in tedesco il merlo si chiama schwarzdrossel ma anche amsel.
che soddisfazione.

io che non volo aquila, io che non volteggio airone, io che non viaggio colombo.
ma per te sarò pavone, io che nacqui merlo.

e della filosofia del merlo le parlai sulla via del ritorno, mentre su una distesa di ghiaccio contavamo i nostri passi croccanti.

venerdì 5 giugno 2009

gardénia.

il mondo spinto in gola troppo duro da ingoiare.
palliativi e sollievi temporanei, per sopportare.

hanno pulito le strisce di sangue dal passante a lancetti, e dei resti della violenza non ne serbi traccia neanche tu, che l'hai vissuta come cronaca.
ti invidio. ti fai scivolare sempre tutto addosso, vivi meglio tu di me, questo è certo.
l'empatia e il pensiero sono due fregature storiche.
fanno bene fuori, fanno male dentro.

lui fin dai primi tempi mi scrisse: sei la persona più intelligente e sensibile che io abbia mai incontrato.
io: grazie dei complimenti.
e lui: intelligenza e sensibilità non sono complimenti, sono condanne.

era molto triste.
l'amarezza della consapevolezza del mondo.
siamo in pochi, e se voi non capite, tanto meglio.
davvero.
non c'è assolutamente niente da invidiare, qui.

e a te che vivi leggero, e mi dici che forse mi piace stare male, sorrido.
e ti faccio credere che mi basti davvero andare da chanel e ascoltare attentamente la genesi dei profumi da duecento euro. ti faccio credere che il mio umore migliori con una spruzzata di gardénia. ti faccio credere che sono audrey hepburn che scaccia le paturnie da tiffany.

ti proteggo da quello che è troppo grande da accettare.
ti proteggo da quello che non capisci.
ti proteggo da me.

è tutto ciò che posso fare.

mercoledì 3 giugno 2009

di universo vestita.

aveva un piccolo proiettore del planetario. a luci spente, riproduceva la volta celeste sul soffitto.
lui lo prese e glielo puntò addosso. 
lei si ritrovò vestita di solo universo. 

(amo l'inverno. condizione di silenzio e pulizia, eleganza e compostezza.
il freddo conserva e dà forma ai sospiri. induce alla vicinanza e al raccoglimento.
l'intimità di un camino, la pelle da guadagnare, sotto gli stati di lana e brividi.)

il sistema solare sulla sua pancia, attorno al buco nero del suo ombelico.
le costellazioni incastrate ai capelli, le galassie distorte dalle sue forme.
sirio e vega a palpebre socchiuse, univa i puntini di pegaso sul dorso della sua mano.
poi lui oscillò lentamente il proiettore, e cominciò ad accarezzarla con la via lattea. 

(mi rimane di te un abbraccio nervoso, e le tue dita passate tra i miei capelli glassati di brina.
sferzate di orgoglio a tagliarci la faccia. chilometri di iceberg tra le nostre bocche mute.)

quando lui si avvicinò, lei era sotto il segno del capricorno.
e per una volta nella vita, non ne subì minimamente gli influssi.



lunedì 1 giugno 2009

il cuore è una frattaglia.

-la cosa che mi lascia più amareggiata di tutta questa sporca faccenda- diceva lei mentre tagliava il grosso cuore a fettine sottili -è che nessuno, me compresa forse, ha creduto mai nel mio talento. nessuno che mi abbia mai spinto a disegnare, spronato a fotografare, incitato a scrivere. è da quando ero bambina che ricevevo complimenti e apprezzamenti e basta. insomma, mai nessuno che si sia sporto un po' in avanti, che mi abbia dato una spinta per fare di più-.
io guardavo alternativamente il cuore sminuzzato sul tagliere e le sue poche opere appese alla parete, per le quali dovevo riconoscere di provare una certa ammirazione.
-così mi sono sempre trovata in bilico tra la mia scarsa autostima e il mio bisogno di esprimermi, in un perenne oscillare tra creare e distruggere, mostrare e nascondere. che dici, ci fidiamo a darglielo crudo o lo passo un attimo sul fuoco?-
la guardavo: era ancora molto bella. la sua era una bellezza classica, antica, che non apparteneva alla sua epoca. una bellezza che il tempo aveva amalgamato alla sensualità della sue parole, al fascino dei suoi gesti esperti nel maneggiare la vita.

cotto è meglio, ho risposto.
quanto costa un cuore, ho domandato.

-meno di quanto si pensi- ha sussurrato lei, lasciando scivolare i pezzi in una padella. -anche perchè, come insegna il reparto macelleria, il cuore è una frattaglia.-

ho annuito.
l'ho guardata, ho guardato le foto.

il cane, seduto tra le mie gambe, deglutiva rumorosamente e mugulava la sua impazienza.

mercoledì 27 maggio 2009

gli oceani nostri li abbiamo solcati in verticale.

l'amore è un atterraggio di emergenza. 

non dico mai la parola mai. non dico mai la parola sempre.
ma ho detto la parola tutto. 

il mare noi non lo abbiamo navigato da una costa all'altra.
sconvolti dopo il nostro scontro, ci siamo trovati nel punto in cui siamo precipitati, e da lì, abbiamo cominciato a inabissarci uno nell'altro.
contro la resistenza che ci riportava in superficie, ci siamo spinti nelle acque più nere e inviolate.
sotto lo strato cristallino che offriamo al mondo, oltre i radar che scandagliano le apparenze.
giù, sempre più a fondo, dove nemmeno le correnti del vivere quotidiano osano smuovere le acque. 
trattenendo il respiro, ma per non fare rumore. 
ci siamo nuotati negli anfratti nascosti dei nostri segreti innominabili, abbiamo visto i ricordi affondati coperti dalle alghe morbide del tempo.
i naufraghi relitti delle nostre guerre, i forzieri arrugginiti delle nostre aspirazioni, le bottiglie alla deriva, che custodiscono le parole non dette alle persone che abbiamo perso negli uragani della vita.
le nostre lacrime salate mescolate all'acqua, sui vulcani spenti dei nostri sogni di gioventù, sulle faglie marine delle nostre delusioni, cicatrici interne del male di vivere.
poi, abbiamo ballato stretti il valzer dei palombari, tra gli ordigni inesplosi dei nostri peccati incagliati sul fondo.

siamo stati la tempesta perfetta al rovescio.
lo tsunami degli abissi che non increspa il bagnasciuga.


amore mio, gli oceani nostri li abbiamo solcati in verticale.
ti ho amato dalla spuma bianca delle onde alla roccia nera del fondale, e come un'ancora alla deriva, non sono più capace di tornare a galla.



lunedì 25 maggio 2009

ricamo.

il tuo sorriso è un centrotavola. mi scorri tra le ciglia socchiuse come un paesaggio assolato. 
mi ricordi un gioco che costruivo da piccola. disegnavo una farfalla colorata, la ritagliavo con estrema attenzione e la legavo con un filo da cucito a un bastoncino. poi dirigevo un'orchestra immaginaria di evoluzioni e ricami nell'aria. tu sei qualcosa di simile. semplice ma non facile. complesso ma non confuso. 

siamo alla frontiera del comprometterci. mi fermo alla dogana e non ho nulla da dichiarare.
sono una libera cittadina in viaggio e tra le mie emozioni c'è l'accordo di schengen.
un passo avanti.
uno solo.


ho un'allodola sul balcone e un rapace nel cuore.

le ultime parole d'amore le ho sussurrate al cane. che nelle sue orecchie di velluto rimanga l'eco di quanto l'amo. 

domenica 24 maggio 2009

nella colpa io sono nato.

ti ho preso. sono rimasta a guardarti per tutto il tempo del mio caffè, lungo lunghissimo compagno di pensieri articolati.
ti osservavo, tu leggevi il giornale e non mi hai vista. ti ho scannerizzato, ogni tuo pixel è stato inciso a tassello del mosaico nella mia scatola cranica, ti ho immortalato per tutto il resto della mia vita mortale.
un momento comune, una manciata di minuti senza valore narrativo, una situazione di inconsistenza trasformati in un attimo di lucidità assoluta, consapevolezza totale, ricordo salvaguardato dalle insidie del tempo.

ora sei mio.

(rispondo:
se non dovessi pensare più a niente di niente, passarei la mia vita in una biblioteca.
nella mia vita ideale, leggerei tutto ciò che è stato scritto, tutto il tempo, fino a consumarmi la retina.
poi scriverei anche, certo.
saggi umanistici e cartoline a casa.
ecco. nella mia vita, io leggerei.

con qualche pausa per viaggiare e fare l'amore.)

ultima considerazione: essere me in certi momenti è come essere una macchina in cui hanno assemblato il motore di un hummer nella carrozzeria di un ape cross.
poi ti chiedi perchè somatizzo, ti chiedi perchè il mio corpo va a pezzi.


salmi 51,7.

lunedì 18 maggio 2009

quando vinco, perdo.

a luci spente, spingere con il piedino per terra per fare un altro giro di giostra e cantarsi a mezza voce il motivetto del carillon.

per favore sparate adesso.

sabato 16 maggio 2009

cutting moments

oggi cronaca, per la gioia degli amanti delle serrature e di quelli della parafrasi.

concentrata sulla leggerezza, ossimoro necessario.

comincia con lo svegliarsi con una mano in faccia. dopo c'è lo scoprire che è la mia, completamente desensibilizzata a causa della posizione del suicida tenuta per dodici ore di sonno.
poi la doccia impotente contro le stalattiti di rimmel sulle mie guance e le tue iniziali sotterrate a penna a sud della mia pancia, riportate bruscamente alla memoria dall'ineludibile estetista mentre spalmava la cera.
la colazione lenta e impertinente del sabato, disegnando conigli di marmellata con le dita su tele di pane tostato, bevendo tabacco e leggendo le monde di tre giorni fa.
poi al mercato dei tossici, cercare la mano di fatima e trovare un gorilla di plastica a un euro. troppo.
poi in bici in centro, partire con l'intento di rimpolpare guardaroba e vanità, tornare con tre libri usati e un grappolo di pomodori comprati al mercato coperto di ticinese dal mio fruttivendolo monoculare e una papaya regalatami dall'ammiratore latino.
poi cinema d'essay, sola in sala con un gay e un cieco. david lynch in confronto è topo gigio.
troppa la mia empatia anche sotto l'eterno distacco. avevo la saliva liquida come prima del vomito.
poi camera mia. l'impossibile foto della bolla di sapone incastonata nell'ombelico.

poi ancora non lo so, ma lascio il tavolo verde con due aggettivi: elegantissima e insostenibile.

giovedì 14 maggio 2009

rampicanti.

siamo qui a sgranocchiarci i bordi. 
a fare rimbalzare i palloni  sulle staccionate delle nostre fiorite identità. 
a spedirci un complimento omaggio ogni due insulti, mentre declino la gentile offerta della mia compagnia telefonica e la tua proposta di matrimonio.
a fare i girotondi per tenerci per mano e creare il vuoto spinto tra di noi.

per ingannare il tempo ci siamo ingannati anche noi.
e ora che siamo esauriti entrambi, ci viene il dubbio che magari annoiarci era meglio.

quanto ci piace essere ricoperti di edera. 
tutti belli verdi, tutti senza linfa.
innaffiamo bene i nostri parassiti ornamentali, fino a coprire i cuori incisi sul nostro tronco.


tutti giù per terra.

martedì 12 maggio 2009

patridemonio.

ironia impermeabilizzante istantaneo.
come i soldi, che però vanno e vengono.
e invece con l'ironia ci nasci e te la tieni, come con il culo tondo o la lingua che si rolla.
è genetico: ce li hai o non ce li hai.

poi certo, li devi tenere allenati.
va di moda l'attacco di panico.
bisogna stare concentrati e ricordarsi dell'ironia.

senso dell'umorismo.
è il mio conto segreto in svizzera.
senso dell'umorismo da sempre.
come quando mi tappavano la bara di legno e le ho detto: mamma, non piangere. sto solo riposando in barrique.

domenica 10 maggio 2009

lagheggiare pallido e assorto.

non mi ricordo mai di quanto l'aria possa essere leggera.

stendo il telo nell'erba e sento che potrei dormire. sotto il sole educato, quasi zelante, sotto le foglie del nocciolo enorme, collane di margherite.

i rumori rurali, i profumi di una terra sepolta.


cedono i perimetri del mio cinismo.
rientro contadina dalla mie narici.


il caprifoglio, il dente di leone, l'erba cavallina.
aprire gli occhi e ritrovare tutti gli amici.
grazie di avermi aspettata, anche quando superba vi rinnegavo.

entro in cucina e preparo quattro crostate, solo per scaricare amore nell'impastare la frolla.




venerdì 8 maggio 2009

urca.

più deprimenti di queste ultime pagine, solo la cronaca del corriere e il diario di pessoa.
la ricerca del senso mi ha distrutto morale e sopracciglia.

e tu che mi stai guardando adesso, quali altre cose meravigliose potremmo fare insieme.
ma ci pensi.

alluminio.

passi la vita a fare i conti con la vita.
poi lei in un secondo ribalta il tuo grafico di excel.

la gente muore e io vorrei riempirla di domande.
mentre mi trovo qui a non saper cosa dire a chi resta.


mi si accosta un sussurro di emicrania mentre guido sulla circonvallazione.
accarezzo il perimetro di milano, per seppellirmi meglio al nord delle cose.
pulsano le tempie in ufficio, mentre sospiro piano il disprezzo su questa tastiera.
prendersi cura del coniglio di cioccolato avvolgendolo nell'alluminio, poi spaccargli la testa e mangiargli gli occhi.
in un mondo rovinato dall'inconsapevolezza.
è tutto qua ciò che mi ferisce.



mi avvolgo nell'alluminio anch'io.


mercoledì 6 maggio 2009

non invidiatemi.

ho gli occhi di vetro, palpebre di panno.
sto disperdendomi ancora.

mi invidiano. la conferma che il male mio è ben nascosto.
vorrebbero essere me. servitevi pure, non fate complimenti. preparatevi a riceverli.
indossatemi e portate a fare un giro la vostra vanità.
tenetela al guinzaglio: essere sensuali è una responsabilità sociale.
piacere è un contratto a tempo indeterminato.
il fascino non scade come la bellezza.
il fascino è potere, e chi ha potere ha sempre un peso da portare.

rimettete a voi il vostro amore e il vostro pane quotidiano.
consolatevi a vicenda, chi vuole essere me e chi vuole avere me.

e non invidiatemi.
date retta a me, non invidiatemi.

lunedì 4 maggio 2009

milano4maggio2009.

sono così stanca di voi tutti.

il rigetto di avervi davanti.
disgustata tra le corsie dell'esselunga.
con morbido disprezzo vi schivo.
non mi sforzo più di dovervi piacere.

so che il tempo sta finendo.
sappiate che il tempo sta finendo.

spero vi faccia più male possibile, poiché dopo sarò troppo serena per augurarvelo.

domenica 3 maggio 2009

repulsive.

tu chiamale se vuoi emozioni.

invidio battisti: lui tirava almeno al 21 del mese.
a me i soldi finiscono il 15.
se arrivo a fine mese con cinque euro in tasca mi danno la copertina del forbes.
e così, in questa assolata domenica mi muovo il meno possibile per non farmi venire fame. scrivo, carico foto, non ti penso. tutte cose per tenermi occupata senza consumarmi.
mi sazio al ricordo della cena tripudio.
un quarto del mio stipendio per una sorta di orgasmo.
un amico, un compagno di setta.

la fame spinge gli esseri umani a compiere gesti disperati, tipo mettere a posto la camera.
piego i vestiti, svuoto tutte le tasche dei pantaloni.
forcine, monete.
riordino i libri, mille lire usate come segnalibro.
quasi quasi converto.
poi il tesoretto, le borse.
monete come se avessi vinto alla slot-machine di plastica.
burrocacao penne forcine cicche scontrini accartocciati e piccole cose inenarrabili che la sanno lunga sulla mia vera natura.
e poi, le piccole perle, che mi ipnotizzano come un cobra nella cesta.

dalla tod's bianca esce il biglietto del the lion king.
era londra ed ero fuori di me.
il lucidalabbra spremuto e distorto. chiudo gli occhi e lo annuso come se avessi paura.
mi sposto di migliaia di chilomentri e centinaia di giorni.
troppo.
dalla sacca hippie il biglietto da visita del ristorante c.s.m.
era monte conero, ed era dentro di me, a livelli che dio solo sa se io mai.
un tovagliolo di carta con scritta una data e tre parole.
archivio subito.
dalla armani nera esce l'inverno di milano.
un guanto, la crema per le mani e un foglio piegato.
è una poesia, di quando mi amava.
poi ne trovo un altro.
è una minaccia, da quanto mi amava.

seduttrice maledetta,

ti prenderei, ora, in mezzo al nulla,
ma poi dovrei amarti.
e tu costi.
costi una vita.

sorrido se penso a quanto avevo in mano.

ora, solo la parola magnetica repulsione.
e una pila di monetine disposte in ordine di diametro.

scendo a prendere una merendina al distributore della metro.

sabato 2 maggio 2009

come ai cani manca la parola.

ho i timpani sfondati. nella testa un treno in partenza con il freno a mano tirato.
ho ballato l'inno del mio precariato in ascesa, la gioia della tristezza.
non ero con loro, anche se ero loro.

ho portato a casa le mie voglie, che mi seguono come anatroccoli post imprinting, e non mi dirottano come cavalli imbizzarriti.
sono voglie che non osano volere.
accucciate sotto la mano della ragione, che saprà ricompensarle al momento giusto.

ho aspettato tre ore esatte che il sole mi disegnasse l'ombra giusta da fotografare, la simmetria perfetta, la cromia studiata.
finalmente arriva il momento tanto agognato, mi piego nell'inquadratura ardita e un secondo prima dello scatto, un secondo, il tempo di dire -uno-, arriva una nuvola spessa come una colata d'asfalto.

ho detto solo, ma così non vale.
poi mi veniva tanto da piangere che sono scoppiata a ridere. ho girato la macchina verso di me e ho scattato.
nella foto, ho visto una persona che vorrei assolutamente conoscere.


ma alla fine.
ti scrivo che vorrei starti sempre vicino, come la u con la q.
ti scrivo che mi manchi come ai cani manca la parola.
ti scrivo che alla fine di tutto, mi importa solo di te.

giovedì 30 aprile 2009

procrastinare. tergiversare. rinviare.
sprecare tempo come in un ergastolo.

festeggiamo la festa dei morti anche se siamo vivi e la festa dei lavoratori anche se siamo precari.
la festa degli innamorati anche se siamo cinici.

l'emozione più forte della giornata è stata scivolare sullo scalino.

sbecchettare l'osso di seppia e deporre uova e armi.

mercoledì 29 aprile 2009

del tempo e del rispetto.

cazzo, quando mi ci metto sono proprio brava.
peccato che non ho più voglia, e finisce che scrivo robacce mediocri e mi sento scomodissima.
ancora per 40 giorni. giorni tolti alla vita. 40 come i ladroni.

ieri la pioggia era onesta, e andava apprezzata. gocce che asfaltavano la darsena.
tuoni e lampi come a como nei novanta.
così sì, il maltempo vero è meglio del tempo ipocrita.
merita rispetto, quindi ci siamo tolti l'ombrello.
un massaggio edificante al midollo spinale.

ora il palinsesto del sogno per adulti si è spostato all'alba.
con buona pace della sveglia.

martedì 28 aprile 2009

ora passo all'elettronica.

il mantra di oggi è presto tutto questo finirà.

o mi iscrivo a economia, o fra due mesi sarò sul delta del chang jiang a tirare avanzi di wanton ai pescatori.

quanta acqua risparmierò quando non vi avrò più tra le pupille.
devo ricordarmi di guardarmi da tre metri di distanza. è così semplice.

ricordatevi della peste: se sopravvivete una volta, siete a posto per sempre.
se avete la sfiga di ricontagiarvi, al massimo vi fate un'influenza. 
quindi sventolami pure davanti la tua valigetta nera con i bottoni.
un'altra hiroshima mi spettina solo i gerani sul balcone.

te l'avevo detto in anticipo, in tre libri.
il bello di essere nata così tardi nelle storia della letteratura è che ci sono parole già pronte.

degustazione di 35 etichette.
che la ultima indichi cianuro.


lunedì 27 aprile 2009

in vino praecepta.

ho chiesto a mia mamma di prestarmi la fede, non so più come fare.
a costo di fermare la circolazione, me la infilo sul medio, così avrà più rilevanza stilistica mostrarla. 

cos'ho fatto tutto il tempo sotto la pioggia?
mantecato i miei pensieri e le luci sbagliate, mentre i capelli si arricciavano.
una poesia disarmante.
lui mi dice che non sono complicata, solo molto ricca di cose.
sarà.
ma vorrei avere un bibliotecario che riordini gli scaffali.

ritorno a studiare.
dal vino imparo molto più che dai manuali di psicologia comprati al libraccio.

e mi ritorno in mente, bella com'ero, quando ti sussurrai si mon amour pour toi avait une couleur, elle serait le rouge foncé. comme le sang mélangé à la nuit. 



(quante parole sprecate.)

giovedì 23 aprile 2009

i paria del design.

si, non ho ancora capito l'esposizione. non è carino lasciarlo immobile per trenta secondi finché non si chiude l'otturatore. per fortuna, non c'erano scatti memorabili, solo facce da autocad in stretta competizione con la destrutturazione del legno esposta.

e senza c non è la stessa cosa, quindi alle ore due sono sul divano a vedere fracchia contro dracula.

fra un pò scrivo ancora.


martedì 21 aprile 2009

la pace dei sensi (di colpa).

qualcuno di particolarmente annoiato e insonne ha inserito il gettone.
così, quando ormai la scimmietta aveva già posato i piatti, la ballerina era passata dal tutù al pigiama e nani e pagliacci erano a letto, si è rialzato il sipario.

e riparte il carillon dello strazio, le migliaia di parole che ci scrosciamo addosso.
della stessa consistenza dei fantasmi di cui parlano.
ti attraversano e non ti rimane niente, se non una vaga sensazione di vuoto.
per quanto tenti di astrarre, c'è un errore, e io non mi permetto di sbagliare.
non riesco a capire come risolverti, o più gentilmente fare pace con te.

ma stavolta me la rido, ti do meno importanza. la guardo da fuori, e risolvo i sensi di colpa nella colpa dei sensi.
e stavolta non rifaccio l'errore di far decidere a loro. 

se ho perso ancora, sono solo ore di sonno.

lunedì 20 aprile 2009

lighter lighter lighter

più leggeri, più luminosi.
contro la ciclotimia dei vostri sentimenti. perturbazioni in arrivo sul tuo viso, ma se io sorrido non mi piovi addosso.
come quando all'asilo disegnavo il sole in pancia alle persone e suor mario pensava fosse una forma precancerosa. 
io il sole ce l'ho dentro, me l'ha detto anche il coroner.

modalità s, priorità al tempo.
so aspettare. 
tengo la mano fermissima e mi preparo a metterti a fuoco.



salone del mobile.
non vedo l'ora di vedervi tutti, soprammobili tirati a lucido.

see you lighter.

venerdì 17 aprile 2009

la guerra civile.

piuttosto che dirti di me, leggo heiddeger in lingua originale, che mi sembra di sfogliare un topolino. 
niente: non si cambia argomento mai. all'ordine del giorno sempre la guerra civile. 
le truppe dei ribelli in congedo contro i soldati del regime in maternità. sempre incinti.
il golpe al re che abdica.
cannucce nelle molotov, cin cin.
limousine con i cingolati parcheggiate sulle strisce pedonali dei buoni sentimenti, gli accordi internazionali che vietano i coinvolgimenti civili delle sopracciglia, testate nucleari sul muro, grafici previsioni sondaggi referendum.

voto per la pena di morte, che non è pena, è sollievo.


ma voi, voi amato pubblico, voi non vi preoccupate: le trasmissioni non subiranno interferenze, nel palinsesto sorrisi a 32 pollici.

(e di notte dormite i sogni d'oro della vostra generazione, mentre in un'altra stanza, senza disturbare, mi sgranocchio bene i denti).



giovedì 16 aprile 2009

noi no.

perché la parola noi tu non riesci a pronunciarla fino in fondo, e ti fermi sempre a no.


mercoledì 15 aprile 2009

beat, inderogabilmente beat.

nella stanza poco più grande di un normale salotto mitteleuropeo eravamo in trecento cinesi.
e io stavo facendo la fila per il passaporto, per osmosi.

poi spingere il motorello nella crisi anticipatoria di caldo che mi annienterà.
mi sto già decomponendo, e rimpiango il mio inverno natale, condizione di silenzio e compostezza, eleganza e pulizia.
la colazione sulle scale, le falafel sul borso del marciapiede, il pranzo lineare, i campari col bianco ogni cento metri, il tè bianco con la pasticceria fine.
sono quello che mangio, sono le venti donne diverse che ciascuno chiama più o meno stefania.

e oggi ho esistito una giornata beat, e maledetta ansia che rosica i pilastri della terra e non mi fa mai completamente.

martedì 14 aprile 2009

quarto piano.

oggi odio.

prendete una lettera di addio.
senza appigli, liscia come l'olio di ricino.
scritta in italiano, eppure così difficile da capire.
così imminente, ma subito bruciata al passato.

come leggere il manuale d'istruzioni di un elettrodomestico ormai rotto.

e scoprite che aveva magnifiche funzioni di cui voi non eravate a conoscenza.
un robot da cucina che, vi informa il manuale, poteva fare tutto ciò di cui avevate bisogno.
e voi lo usavate per snocciolare le olive.
riempiendovi la cucina di tutti quegli attrezzi monofunzione che vi sembravano indispensabili.

(un robot da cucina. ahah.)

proprio ora che ho fame, e la fame mangia lo stomaco come la rabbia, oggi odio.
il robot che mi ha nascosto i suoi tasti.
la mezzaluna che non sa impastare e il frustino che non sa sminuzzare.
me che non so ancora fare a meno di nessuno.

se avessi la garanzia, quasi quasi sarei tentata di vedere se davvero lui basta e avanza.
ma ho paura della pubblicità. ho paura che sia falso. ho paura che sia tardi.

prendete una lettera d'addio senza domande.
l'unica risposta è uscire dalla finestra della cucina
.

l'apnea della provincia.

i fiori della ruggine, fotografati in molteplici angolazioni, si rivelarono molto scontrosi.

ho detto le cose che dovevo dire, con il tono di voce che volevano fosse usato.
ho anticipato le cose che si aspettavano e lasciato correre ove previsto.
ho brindato al prestigio, ubriacandomi nella mia diseguaglianza.

poi l'ho portato nel parcheggio, e le lamiere dei transformers non ci hanno fatto da letto.
sul muro abbiamo livellato il sud e il nord del mondo, e tutto il resto è letteratura.

l'apnea.

come ho fatto ad arrivar fin qui?
ancora oggi, mentre respiro mediocrità e glicini, non riesco a darmi un senso.

sabato 11 aprile 2009

galassie in affitto.

nella casa degli specchi ci siamo distorti in tutti modi, e alla fine non ci ricordavamo più come eravamo fatti.
è una storia lunghissima, mi stanca anche solo pensarla. mi stanco io, mi stanchi tu.
non sai cosa ti sei persa. bravo, è vero.
so di aver perso, ma non so cosa. quindi sto male relativamente.
la tua vittoria del negarti ti fa festeggiare da solo.
pulisco l'aria e cambio soggetto.
ciò che ho visto in fondo mi è piaciuto, ma mai abbastanza.
sono cortomirante, forse, ma non così stupida.

mi mancherai, certo, ma non ne avrai sostanza.
asciugai lutti nei corridoi delle mie stanze e non piansi sul monumento ai caduti neanche un petalo.
ti dimenticherò, certo, non per questo sarai meno importante.
ci hanno insegnato a toglierci i chiodi a risorgere, e le stigmate diventeranno rughe.

amore mio, dalla casa degli specchi siamo usciti spaccando i vetri. raccogliamo schegge, insanguiniamoci le dita, sorridiamo nel riflesso del nostro viso liberato.

la tua galassia in espansione, e io ti auguro solo il meglio.

ricomincio a cercarmi.

giovedì 9 aprile 2009

ora vedo, il dopo.

il mio commiato sarà una lettera di finto testo, perché non scrivo più per voi.
libero il mio ufficio dai fogli e dalle bottiglie rotte. vi lascio un paio di metafore appiccicate sotto la scrivania.

18-55.

emigrerò in argentina come i nostri padri. o nelle miniere del belgio come i siciliani che amo ascoltare. sentirò i fischi dei surfisti delle hawaii, e quelli dell'orient express, dove servirò calici di napalm. a sciogliere i nodi in polinesia, a intrecciare fili d'erba nel nord. su isole sbriciolate nel mare a microonde, sulle circonvallazioni delle bidonville a aspettare la novanta, senza estasi, senza solennità. la fame di vivere è il piatto tipico locale. la nausea di esistere che curo masticando travelgum e chilometri. piegare orizzonti riluttanti, intessere le latitudini alle linee del mio palmo, e sulle lancette della bussola leggere solo l'ora della partenza.
dove il cuore scomposto nei cinque continenti, e noi non andremo mai a pezzi perché non siamo mai stati insieme.
mi mancherà solo la voce di mia madre e il sapore dell'olio d'oliva.

ti manderò cartoline senza parole, morse ai bordi come ho morso i tuoi lobi, e i tuoi occhi saranno ogni volta oggetto di studio per gli oceanografici.

alla fine di questo viaggio, mi unirò alle paperelle di gomma che si sono buttate dal cargo e ora navigano compatte in acque internazionali.
e si tengono ben lontane da tutti i porti del mondo.

dove so che tu ci sarai.
ad aspettarmi.
a farti ricordare.

mercoledì 8 aprile 2009

lampi di pelle.

prendimi per mano e fammi vedere cosa mi sono persa.
portami a fare un giro negli anni che mi hanno vissuta, mentre io opponevo resistenza. raccontami le scene senza dialoghi, perchè sono diventata cieca a furia di starvi ad ascoltare. sono diventata cieca perchè vi ho ascoltato troppo.
portami dagli amici che ho perso, da quelli ho lasciato e da quelli che mi sono dimenticata di innaffiare.
prendimi la mano e mettici dentro il guinzaglio del cane nero.
il filo dell'aquilone che mi tiene ormeggiata a terra.

mi sono interpretata così bene che ora mi serve un copione per essere me stessa.
la verità ha scarso valore narrativo, e al mio funerale ci saranno tutti i miei amici immaginari.
l'ho fatto per voi, e nessuna buona azione resterà impunita.

andatevene tutti affanculo. il titolo del mio romanzo di formazione.

alla tua.

io non so quanto effettivamente capisca quando dice di aver capito.
comunque sto atipicamente bene, e dissolvo questo dubbio poco cotto nella seconda bottiglia. beviamo un sorso dell'annata del 2005, e apprezziamo il gusto chinato dell'uva che abbiamo pigiato insieme. 
così, all'improvviso ancora noi. o meglio io e te. c'est different. 

viaggiamo da un emisfero all'altro, perché no?
che sia del mondo, che sia del nostro cervello, insieme ce n'è per divertirsi, almeno.

insieme, ma io più io.

lunedì 6 aprile 2009

yoga.

stare in piedi a testa alta di fronte a te.
questa è l'asana più difficile.

nessuna esposizione di compensazione.

l'apice dell'apoteosi del servilismo all'italiana. 
il gioco dell'idolatria.
lettere di licenziamento scritte con l'inchiostro simpatico, che non si sa mai.
parole d'amore senza conservanti, che se le rimangi non ti fanno male.
e sono biodegradabili, come i rifiuti organici.
smemorati, ingenui o troppo furbi, rassegnati.
aspetto il tram mordendo il bordo dello sgabello pieghevole. e penso a come si dice balena spiaggiata in tedesco. tutto quello che penso è come si traduce balena spiaggiata.

tanto non mi ricordo neanche la mia lingua madre, ormai.
ascolto troppo rap. parlo troppo silenzio. leggo troppo poco.
o sono finite le persone con cui usare parole rare.

non scriverò mai come una giornalista. non sottolineerò la sofferenza altrui.
non vi racconterò la guerra, perché starò facendo da scudo a qualcuno. 
non vi parlerò del terremoto, perché starò raccogliendo le macerie.
non vi aggiornerò sull'omicidio, perché starò porgendo fazzoletti a chi piange.

non sarò io a farvi la cronaca, perché non guardo in quella direzione.

al massimo, sarò l'unica fotografa al mondo che si mette in posa quando scatta.
per farvi più contenti, per farvi stare più male.

in un altro sistema, in un'altra vita, cospirazioni di simboli e manciate di realtà da dare in pasto alle domande.
la busta paga è accanimento terapeutico.
voglio uscire dal coma, entrambe le porte mi vanno bene.



der gestrandete Wal. gut. ora non mi resta che aspettare anche greenpeace.

venerdì 3 aprile 2009

l

mandavamo sms in avanscoperta.
con le parole costruivamo avamposti.

come quanto ti ho scritto che ti stavo impollinando con gli occhi.
ti ho espugnato in rivoli d'inchiostro. deflagrazioni i tuoi battiti, sotto le mie lettere d'amore arate dalle tue pupille.

eri già mio quando ho mandato il corpo a prenderti.

e il mio trofeo di guerra, essere conquistata, invasa, rasa al suolo.
così vicina al segreto massimo dell'universo e dell'atomo.

nel mio arsenale, ora, anche il silenzio.
e di tutte le parole forgiate solo per te, tornami.

e grazie.

giovedì 2 aprile 2009

la traiettoria del nostro incontro.

se io proiettile, tu grilletto.

se tu proiettile, io bersaglio.


(seduti a riva, nel paese dell'infanzia, coi piedi a mollo.
mi disse: guarda. la superficie è nera e immobile. sembra che non succeda niente. ma sotto ci sono delle correnti così forti che spostano le rocce da una sponda all'altra e cambiano la forma del fondale.


sii come questo lago)


e un giorno la paura avrà paura di te.

chi mi dice ti amo/escluso il cane.

concentrazione a oltranza. come la sentinella infreddolita e stremata, di notte sul carso. a sberle per stare sveglia e vigile, presente nell'adesso. che appena abbasso la guardia i pensieri mi scappano dalla presa come cani rabbiosi, che non rispondono più ai comandi. e vanno a sbranarmi i polmoni. si contendono l'intestino. riducono a brandelli le pareti dello stomaco. che quando poi riesco a staccarli e rimetterli a cuccia, dentro mi è male che fuori sono inservibile.


i pensieri sono il miglior amico dell'uomo.

mercoledì 1 aprile 2009

se proprio volete sapere.

sono qui che quasi soffoco in serra china sul vaso per vedere germogliare il basilico quando sento uno spiffero sul collo. mi alzo con le gambe atrofizzate, corro a controllare le pareti. le finestre sembrano a posto. le vetrate non hanno crepe, il silicone è inalterato. magari mi sono sbagliata. ritorno in fretta sul vaso. se smetto di piangerci sopra per un attimo c’è il rischio che il semino lo prenda come pretesto per ricattarmi. lasciarsi morire e dare la colpa a me. solo il pensiero mi fa mancare il respiro. strizzo gli occhi per recuperare le gocce perse. guardo la terra cercando di intravedere un minimo accenno. forse non se ne è accorto. speriamo.
passa un po' e sento di nuovo lo spiffero. questa volta mi sembra anche più forte di prima. d'istinto, mi curvo sul vaso. resto così, a fargli da scudo, finché non son sicura che sia passato. mi risollevo e piango forte. così posso allontanarmi per ricontrollare. da dove viene questo spiffero. non capisco. esamino tutto il perimetro, arrivo fino alla porta. murata dall'interno, come l'avevo lasciata io. senza la minima fessura. anche il soffitto è ermetico, il pavimento perfettamente isolato. ho lavorato alla serra per tutta la vita. certo, è possibile che la struttura si alteri, ma è molto raro. e comunque, la riparerei subito. però qui, non vedo proprio niente che non vada. è tutto a posto. molto strano.
torno sul vaso, mentre riprendo la mia costante irrigazione ripenso allo spiffero. chissà da dove entra. poi smetto di pensarci. forse me lo sono solo immaginata. sarà un po' di stanchezza. scusami, mio amato semino, mio prezioso germoglio. torno a concentrarmi su lui. solo su di lui. il mio reticente, capriccioso, superbo basilico che imbocco di lacrime.

martedì 31 marzo 2009

come il cinese.

in qualunque posizione lo abbraccio, la sua testa è sempre dalla parte dei capelli. 
come il versante lunare che si vede dalla terra.
lui che ha accesso alle stanze di velluto.

ultimo passo attorno al cratere. fra poche ore rialzo il sipario, promesso.
mi fa godere un casino che il mio colore preferito si chiami verde vescica.
e che la parola chiave nei miei discorsi con c. sia consapevolezza.
e lei capisce e dice sempre sisi.
non si.
sisi.


sei come un cinese.
perché lavoro anche di notte e tendo al giallo?
no, perché parli solo con quelli della tua razza e le tue emozioni sono imperscrutabili.

ancora la cartavetrata, ancora lo sbigottimento, ancora i rintocchi di chi bussa alla porta.
mi date fastidio, ma vi capisco, alla fine.
se fossi voi, lo farei anche io. 

domenica 29 marzo 2009

ruvida.

lo sfasamento da jet-lag intercontinentale per aver fatto due passi tra i miei pensieri.
solo quando richiamo casa con la voce da drogata mi accorgo di non aver aperto bocca per tutto il giorno. si si sto bene, sarà l'ora legale. e così ceno alle sette che poi sono le sei, e non mi cambia molto perchè tanto vado di latte, biscotti e marmellata. e mangio con gli occhiali senza lenti e il cappello a cilindro perché mi va proprio bene così.

mi farebbe piacere cenare con te in settimana.
anche a me.
farebbe piacere cenare con me, intendo. solo che mi invito raramente, e ancora più raramente accetto. ma forse è proprio per questa esclusività, che quando mi succede di essere a cena con me è proprio piacevole.
roba che mi scoperei tra l'antipasto e il primo, e non è escluso che.
ah ah.
ruvida. altro che giovanilismo cattivello. l'unica rivalsa adolescenziale che prendo in considerazione è l'ernia al disco di biancaneve.
a pugni finché non ci sanguinano le nocche.

tra stage diving, leggerezza e besce barabba.
il cloro per lavarsi via l'odore di leonca.
l'accento romagnolo e quello stile di vita che guardiamo con l'acquolina agli occhi.
forse è solo la cortesia di essere persone al presente.
ostinarsi a resistere nel momento.
difficilissimo.

ruvidissima, adesso.

io e la mia fedeltà.
io e la mia gelosia.
ora sono io.
mi tengo solo per me.
mi faccio impazzire.

ciao a tutti, e ricordatevi: siate presenti.

venerdì 27 marzo 2009

martedì 24 marzo 2009

de profundis.

mi tagliai i capelli per distrarre l'opinione pubblica dalle pulizie etniche in corso nel mio cervello. 

continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai.

lunedì 23 marzo 2009

rotazione e non rivoluzione.

la presa di coscienza alla gola.

nei sordidi sottoboschi dei pensieri domenicali, con la solitudine che è l'esponente n alla costante del malessere, quando parte il dubbio.

l'assenza di prospettiva. non vedi la fine, l'orizzonte, l'obiettivo perchè la strada gira su se stessa.
e allora vaffanculo, ho sorriso con gli occhi chiusi appoggiati al cuscino. 
vaffanculo a tutto l'universo.

dove cazzo pensi di andare, se anche il pianeta dove vivi gira in tondo?


(silenzio)


lasciate entrare il cane nero, anima luce cortisone.
la cartapesta dei quotidiani che ci fanno sospirare. la lavanda gastrica nei biscotti al burro. le madonne di dodici metri sui muri, scrostate dalle bestemmie che scrivo a te negli sms. il tuo nome che è diventato il mio monologo. issimo che mi chiede se so recitare e io che gli rispondo sono nata donna e povera, come pensi che sia arrivata fino a qui se non avessi saputo farlo. così bene che non vincerò mai un oscar. gli sprechi che stanno alla base e la carne della terza età. l'iride della mia amica, le telefonate a casa.
la rivalsa che sta salendo e devo contrarre tutto per controllarla.
prendete tutto questo e fatene ciò che volete.
e per favore, un'ultima cosa. prima di uscire e chiudere la porta, lasciate entrare il cane nero.
che torni da me. che torni da me. 


giovedì 19 marzo 2009

poi la cassiera mi destò urlando lo sciopero è stato rievocato.

ieri, pochi minuti prima della chiusura del gs di farini, nel banco del ghiaccio della pescheria, ho visto una piccola stella marina.

con un braccino stringeva l'antenna di un gamberetto anemico.




non ho altro da dirvi.