mercoledì 27 maggio 2009

gli oceani nostri li abbiamo solcati in verticale.

l'amore è un atterraggio di emergenza. 

non dico mai la parola mai. non dico mai la parola sempre.
ma ho detto la parola tutto. 

il mare noi non lo abbiamo navigato da una costa all'altra.
sconvolti dopo il nostro scontro, ci siamo trovati nel punto in cui siamo precipitati, e da lì, abbiamo cominciato a inabissarci uno nell'altro.
contro la resistenza che ci riportava in superficie, ci siamo spinti nelle acque più nere e inviolate.
sotto lo strato cristallino che offriamo al mondo, oltre i radar che scandagliano le apparenze.
giù, sempre più a fondo, dove nemmeno le correnti del vivere quotidiano osano smuovere le acque. 
trattenendo il respiro, ma per non fare rumore. 
ci siamo nuotati negli anfratti nascosti dei nostri segreti innominabili, abbiamo visto i ricordi affondati coperti dalle alghe morbide del tempo.
i naufraghi relitti delle nostre guerre, i forzieri arrugginiti delle nostre aspirazioni, le bottiglie alla deriva, che custodiscono le parole non dette alle persone che abbiamo perso negli uragani della vita.
le nostre lacrime salate mescolate all'acqua, sui vulcani spenti dei nostri sogni di gioventù, sulle faglie marine delle nostre delusioni, cicatrici interne del male di vivere.
poi, abbiamo ballato stretti il valzer dei palombari, tra gli ordigni inesplosi dei nostri peccati incagliati sul fondo.

siamo stati la tempesta perfetta al rovescio.
lo tsunami degli abissi che non increspa il bagnasciuga.


amore mio, gli oceani nostri li abbiamo solcati in verticale.
ti ho amato dalla spuma bianca delle onde alla roccia nera del fondale, e come un'ancora alla deriva, non sono più capace di tornare a galla.



lunedì 25 maggio 2009

ricamo.

il tuo sorriso è un centrotavola. mi scorri tra le ciglia socchiuse come un paesaggio assolato. 
mi ricordi un gioco che costruivo da piccola. disegnavo una farfalla colorata, la ritagliavo con estrema attenzione e la legavo con un filo da cucito a un bastoncino. poi dirigevo un'orchestra immaginaria di evoluzioni e ricami nell'aria. tu sei qualcosa di simile. semplice ma non facile. complesso ma non confuso. 

siamo alla frontiera del comprometterci. mi fermo alla dogana e non ho nulla da dichiarare.
sono una libera cittadina in viaggio e tra le mie emozioni c'è l'accordo di schengen.
un passo avanti.
uno solo.


ho un'allodola sul balcone e un rapace nel cuore.

le ultime parole d'amore le ho sussurrate al cane. che nelle sue orecchie di velluto rimanga l'eco di quanto l'amo. 

domenica 24 maggio 2009

nella colpa io sono nato.

ti ho preso. sono rimasta a guardarti per tutto il tempo del mio caffè, lungo lunghissimo compagno di pensieri articolati.
ti osservavo, tu leggevi il giornale e non mi hai vista. ti ho scannerizzato, ogni tuo pixel è stato inciso a tassello del mosaico nella mia scatola cranica, ti ho immortalato per tutto il resto della mia vita mortale.
un momento comune, una manciata di minuti senza valore narrativo, una situazione di inconsistenza trasformati in un attimo di lucidità assoluta, consapevolezza totale, ricordo salvaguardato dalle insidie del tempo.

ora sei mio.

(rispondo:
se non dovessi pensare più a niente di niente, passarei la mia vita in una biblioteca.
nella mia vita ideale, leggerei tutto ciò che è stato scritto, tutto il tempo, fino a consumarmi la retina.
poi scriverei anche, certo.
saggi umanistici e cartoline a casa.
ecco. nella mia vita, io leggerei.

con qualche pausa per viaggiare e fare l'amore.)

ultima considerazione: essere me in certi momenti è come essere una macchina in cui hanno assemblato il motore di un hummer nella carrozzeria di un ape cross.
poi ti chiedi perchè somatizzo, ti chiedi perchè il mio corpo va a pezzi.


salmi 51,7.

lunedì 18 maggio 2009

quando vinco, perdo.

a luci spente, spingere con il piedino per terra per fare un altro giro di giostra e cantarsi a mezza voce il motivetto del carillon.

per favore sparate adesso.

sabato 16 maggio 2009

cutting moments

oggi cronaca, per la gioia degli amanti delle serrature e di quelli della parafrasi.

concentrata sulla leggerezza, ossimoro necessario.

comincia con lo svegliarsi con una mano in faccia. dopo c'è lo scoprire che è la mia, completamente desensibilizzata a causa della posizione del suicida tenuta per dodici ore di sonno.
poi la doccia impotente contro le stalattiti di rimmel sulle mie guance e le tue iniziali sotterrate a penna a sud della mia pancia, riportate bruscamente alla memoria dall'ineludibile estetista mentre spalmava la cera.
la colazione lenta e impertinente del sabato, disegnando conigli di marmellata con le dita su tele di pane tostato, bevendo tabacco e leggendo le monde di tre giorni fa.
poi al mercato dei tossici, cercare la mano di fatima e trovare un gorilla di plastica a un euro. troppo.
poi in bici in centro, partire con l'intento di rimpolpare guardaroba e vanità, tornare con tre libri usati e un grappolo di pomodori comprati al mercato coperto di ticinese dal mio fruttivendolo monoculare e una papaya regalatami dall'ammiratore latino.
poi cinema d'essay, sola in sala con un gay e un cieco. david lynch in confronto è topo gigio.
troppa la mia empatia anche sotto l'eterno distacco. avevo la saliva liquida come prima del vomito.
poi camera mia. l'impossibile foto della bolla di sapone incastonata nell'ombelico.

poi ancora non lo so, ma lascio il tavolo verde con due aggettivi: elegantissima e insostenibile.

giovedì 14 maggio 2009

rampicanti.

siamo qui a sgranocchiarci i bordi. 
a fare rimbalzare i palloni  sulle staccionate delle nostre fiorite identità. 
a spedirci un complimento omaggio ogni due insulti, mentre declino la gentile offerta della mia compagnia telefonica e la tua proposta di matrimonio.
a fare i girotondi per tenerci per mano e creare il vuoto spinto tra di noi.

per ingannare il tempo ci siamo ingannati anche noi.
e ora che siamo esauriti entrambi, ci viene il dubbio che magari annoiarci era meglio.

quanto ci piace essere ricoperti di edera. 
tutti belli verdi, tutti senza linfa.
innaffiamo bene i nostri parassiti ornamentali, fino a coprire i cuori incisi sul nostro tronco.


tutti giù per terra.

martedì 12 maggio 2009

patridemonio.

ironia impermeabilizzante istantaneo.
come i soldi, che però vanno e vengono.
e invece con l'ironia ci nasci e te la tieni, come con il culo tondo o la lingua che si rolla.
è genetico: ce li hai o non ce li hai.

poi certo, li devi tenere allenati.
va di moda l'attacco di panico.
bisogna stare concentrati e ricordarsi dell'ironia.

senso dell'umorismo.
è il mio conto segreto in svizzera.
senso dell'umorismo da sempre.
come quando mi tappavano la bara di legno e le ho detto: mamma, non piangere. sto solo riposando in barrique.

domenica 10 maggio 2009

lagheggiare pallido e assorto.

non mi ricordo mai di quanto l'aria possa essere leggera.

stendo il telo nell'erba e sento che potrei dormire. sotto il sole educato, quasi zelante, sotto le foglie del nocciolo enorme, collane di margherite.

i rumori rurali, i profumi di una terra sepolta.


cedono i perimetri del mio cinismo.
rientro contadina dalla mie narici.


il caprifoglio, il dente di leone, l'erba cavallina.
aprire gli occhi e ritrovare tutti gli amici.
grazie di avermi aspettata, anche quando superba vi rinnegavo.

entro in cucina e preparo quattro crostate, solo per scaricare amore nell'impastare la frolla.




venerdì 8 maggio 2009

urca.

più deprimenti di queste ultime pagine, solo la cronaca del corriere e il diario di pessoa.
la ricerca del senso mi ha distrutto morale e sopracciglia.

e tu che mi stai guardando adesso, quali altre cose meravigliose potremmo fare insieme.
ma ci pensi.

alluminio.

passi la vita a fare i conti con la vita.
poi lei in un secondo ribalta il tuo grafico di excel.

la gente muore e io vorrei riempirla di domande.
mentre mi trovo qui a non saper cosa dire a chi resta.


mi si accosta un sussurro di emicrania mentre guido sulla circonvallazione.
accarezzo il perimetro di milano, per seppellirmi meglio al nord delle cose.
pulsano le tempie in ufficio, mentre sospiro piano il disprezzo su questa tastiera.
prendersi cura del coniglio di cioccolato avvolgendolo nell'alluminio, poi spaccargli la testa e mangiargli gli occhi.
in un mondo rovinato dall'inconsapevolezza.
è tutto qua ciò che mi ferisce.



mi avvolgo nell'alluminio anch'io.


mercoledì 6 maggio 2009

non invidiatemi.

ho gli occhi di vetro, palpebre di panno.
sto disperdendomi ancora.

mi invidiano. la conferma che il male mio è ben nascosto.
vorrebbero essere me. servitevi pure, non fate complimenti. preparatevi a riceverli.
indossatemi e portate a fare un giro la vostra vanità.
tenetela al guinzaglio: essere sensuali è una responsabilità sociale.
piacere è un contratto a tempo indeterminato.
il fascino non scade come la bellezza.
il fascino è potere, e chi ha potere ha sempre un peso da portare.

rimettete a voi il vostro amore e il vostro pane quotidiano.
consolatevi a vicenda, chi vuole essere me e chi vuole avere me.

e non invidiatemi.
date retta a me, non invidiatemi.

lunedì 4 maggio 2009

milano4maggio2009.

sono così stanca di voi tutti.

il rigetto di avervi davanti.
disgustata tra le corsie dell'esselunga.
con morbido disprezzo vi schivo.
non mi sforzo più di dovervi piacere.

so che il tempo sta finendo.
sappiate che il tempo sta finendo.

spero vi faccia più male possibile, poiché dopo sarò troppo serena per augurarvelo.

domenica 3 maggio 2009

repulsive.

tu chiamale se vuoi emozioni.

invidio battisti: lui tirava almeno al 21 del mese.
a me i soldi finiscono il 15.
se arrivo a fine mese con cinque euro in tasca mi danno la copertina del forbes.
e così, in questa assolata domenica mi muovo il meno possibile per non farmi venire fame. scrivo, carico foto, non ti penso. tutte cose per tenermi occupata senza consumarmi.
mi sazio al ricordo della cena tripudio.
un quarto del mio stipendio per una sorta di orgasmo.
un amico, un compagno di setta.

la fame spinge gli esseri umani a compiere gesti disperati, tipo mettere a posto la camera.
piego i vestiti, svuoto tutte le tasche dei pantaloni.
forcine, monete.
riordino i libri, mille lire usate come segnalibro.
quasi quasi converto.
poi il tesoretto, le borse.
monete come se avessi vinto alla slot-machine di plastica.
burrocacao penne forcine cicche scontrini accartocciati e piccole cose inenarrabili che la sanno lunga sulla mia vera natura.
e poi, le piccole perle, che mi ipnotizzano come un cobra nella cesta.

dalla tod's bianca esce il biglietto del the lion king.
era londra ed ero fuori di me.
il lucidalabbra spremuto e distorto. chiudo gli occhi e lo annuso come se avessi paura.
mi sposto di migliaia di chilomentri e centinaia di giorni.
troppo.
dalla sacca hippie il biglietto da visita del ristorante c.s.m.
era monte conero, ed era dentro di me, a livelli che dio solo sa se io mai.
un tovagliolo di carta con scritta una data e tre parole.
archivio subito.
dalla armani nera esce l'inverno di milano.
un guanto, la crema per le mani e un foglio piegato.
è una poesia, di quando mi amava.
poi ne trovo un altro.
è una minaccia, da quanto mi amava.

seduttrice maledetta,

ti prenderei, ora, in mezzo al nulla,
ma poi dovrei amarti.
e tu costi.
costi una vita.

sorrido se penso a quanto avevo in mano.

ora, solo la parola magnetica repulsione.
e una pila di monetine disposte in ordine di diametro.

scendo a prendere una merendina al distributore della metro.

sabato 2 maggio 2009

come ai cani manca la parola.

ho i timpani sfondati. nella testa un treno in partenza con il freno a mano tirato.
ho ballato l'inno del mio precariato in ascesa, la gioia della tristezza.
non ero con loro, anche se ero loro.

ho portato a casa le mie voglie, che mi seguono come anatroccoli post imprinting, e non mi dirottano come cavalli imbizzarriti.
sono voglie che non osano volere.
accucciate sotto la mano della ragione, che saprà ricompensarle al momento giusto.

ho aspettato tre ore esatte che il sole mi disegnasse l'ombra giusta da fotografare, la simmetria perfetta, la cromia studiata.
finalmente arriva il momento tanto agognato, mi piego nell'inquadratura ardita e un secondo prima dello scatto, un secondo, il tempo di dire -uno-, arriva una nuvola spessa come una colata d'asfalto.

ho detto solo, ma così non vale.
poi mi veniva tanto da piangere che sono scoppiata a ridere. ho girato la macchina verso di me e ho scattato.
nella foto, ho visto una persona che vorrei assolutamente conoscere.


ma alla fine.
ti scrivo che vorrei starti sempre vicino, come la u con la q.
ti scrivo che mi manchi come ai cani manca la parola.
ti scrivo che alla fine di tutto, mi importa solo di te.

giovedì 30 aprile 2009

procrastinare. tergiversare. rinviare.
sprecare tempo come in un ergastolo.

festeggiamo la festa dei morti anche se siamo vivi e la festa dei lavoratori anche se siamo precari.
la festa degli innamorati anche se siamo cinici.

l'emozione più forte della giornata è stata scivolare sullo scalino.

sbecchettare l'osso di seppia e deporre uova e armi.

mercoledì 29 aprile 2009

del tempo e del rispetto.

cazzo, quando mi ci metto sono proprio brava.
peccato che non ho più voglia, e finisce che scrivo robacce mediocri e mi sento scomodissima.
ancora per 40 giorni. giorni tolti alla vita. 40 come i ladroni.

ieri la pioggia era onesta, e andava apprezzata. gocce che asfaltavano la darsena.
tuoni e lampi come a como nei novanta.
così sì, il maltempo vero è meglio del tempo ipocrita.
merita rispetto, quindi ci siamo tolti l'ombrello.
un massaggio edificante al midollo spinale.

ora il palinsesto del sogno per adulti si è spostato all'alba.
con buona pace della sveglia.

martedì 28 aprile 2009

ora passo all'elettronica.

il mantra di oggi è presto tutto questo finirà.

o mi iscrivo a economia, o fra due mesi sarò sul delta del chang jiang a tirare avanzi di wanton ai pescatori.

quanta acqua risparmierò quando non vi avrò più tra le pupille.
devo ricordarmi di guardarmi da tre metri di distanza. è così semplice.

ricordatevi della peste: se sopravvivete una volta, siete a posto per sempre.
se avete la sfiga di ricontagiarvi, al massimo vi fate un'influenza. 
quindi sventolami pure davanti la tua valigetta nera con i bottoni.
un'altra hiroshima mi spettina solo i gerani sul balcone.

te l'avevo detto in anticipo, in tre libri.
il bello di essere nata così tardi nelle storia della letteratura è che ci sono parole già pronte.

degustazione di 35 etichette.
che la ultima indichi cianuro.


lunedì 27 aprile 2009

in vino praecepta.

ho chiesto a mia mamma di prestarmi la fede, non so più come fare.
a costo di fermare la circolazione, me la infilo sul medio, così avrà più rilevanza stilistica mostrarla. 

cos'ho fatto tutto il tempo sotto la pioggia?
mantecato i miei pensieri e le luci sbagliate, mentre i capelli si arricciavano.
una poesia disarmante.
lui mi dice che non sono complicata, solo molto ricca di cose.
sarà.
ma vorrei avere un bibliotecario che riordini gli scaffali.

ritorno a studiare.
dal vino imparo molto più che dai manuali di psicologia comprati al libraccio.

e mi ritorno in mente, bella com'ero, quando ti sussurrai si mon amour pour toi avait une couleur, elle serait le rouge foncé. comme le sang mélangé à la nuit. 



(quante parole sprecate.)

giovedì 23 aprile 2009

i paria del design.

si, non ho ancora capito l'esposizione. non è carino lasciarlo immobile per trenta secondi finché non si chiude l'otturatore. per fortuna, non c'erano scatti memorabili, solo facce da autocad in stretta competizione con la destrutturazione del legno esposta.

e senza c non è la stessa cosa, quindi alle ore due sono sul divano a vedere fracchia contro dracula.

fra un pò scrivo ancora.


martedì 21 aprile 2009

la pace dei sensi (di colpa).

qualcuno di particolarmente annoiato e insonne ha inserito il gettone.
così, quando ormai la scimmietta aveva già posato i piatti, la ballerina era passata dal tutù al pigiama e nani e pagliacci erano a letto, si è rialzato il sipario.

e riparte il carillon dello strazio, le migliaia di parole che ci scrosciamo addosso.
della stessa consistenza dei fantasmi di cui parlano.
ti attraversano e non ti rimane niente, se non una vaga sensazione di vuoto.
per quanto tenti di astrarre, c'è un errore, e io non mi permetto di sbagliare.
non riesco a capire come risolverti, o più gentilmente fare pace con te.

ma stavolta me la rido, ti do meno importanza. la guardo da fuori, e risolvo i sensi di colpa nella colpa dei sensi.
e stavolta non rifaccio l'errore di far decidere a loro. 

se ho perso ancora, sono solo ore di sonno.

lunedì 20 aprile 2009

lighter lighter lighter

più leggeri, più luminosi.
contro la ciclotimia dei vostri sentimenti. perturbazioni in arrivo sul tuo viso, ma se io sorrido non mi piovi addosso.
come quando all'asilo disegnavo il sole in pancia alle persone e suor mario pensava fosse una forma precancerosa. 
io il sole ce l'ho dentro, me l'ha detto anche il coroner.

modalità s, priorità al tempo.
so aspettare. 
tengo la mano fermissima e mi preparo a metterti a fuoco.



salone del mobile.
non vedo l'ora di vedervi tutti, soprammobili tirati a lucido.

see you lighter.

venerdì 17 aprile 2009

la guerra civile.

piuttosto che dirti di me, leggo heiddeger in lingua originale, che mi sembra di sfogliare un topolino. 
niente: non si cambia argomento mai. all'ordine del giorno sempre la guerra civile. 
le truppe dei ribelli in congedo contro i soldati del regime in maternità. sempre incinti.
il golpe al re che abdica.
cannucce nelle molotov, cin cin.
limousine con i cingolati parcheggiate sulle strisce pedonali dei buoni sentimenti, gli accordi internazionali che vietano i coinvolgimenti civili delle sopracciglia, testate nucleari sul muro, grafici previsioni sondaggi referendum.

voto per la pena di morte, che non è pena, è sollievo.


ma voi, voi amato pubblico, voi non vi preoccupate: le trasmissioni non subiranno interferenze, nel palinsesto sorrisi a 32 pollici.

(e di notte dormite i sogni d'oro della vostra generazione, mentre in un'altra stanza, senza disturbare, mi sgranocchio bene i denti).



giovedì 16 aprile 2009

noi no.

perché la parola noi tu non riesci a pronunciarla fino in fondo, e ti fermi sempre a no.


mercoledì 15 aprile 2009

beat, inderogabilmente beat.

nella stanza poco più grande di un normale salotto mitteleuropeo eravamo in trecento cinesi.
e io stavo facendo la fila per il passaporto, per osmosi.

poi spingere il motorello nella crisi anticipatoria di caldo che mi annienterà.
mi sto già decomponendo, e rimpiango il mio inverno natale, condizione di silenzio e compostezza, eleganza e pulizia.
la colazione sulle scale, le falafel sul borso del marciapiede, il pranzo lineare, i campari col bianco ogni cento metri, il tè bianco con la pasticceria fine.
sono quello che mangio, sono le venti donne diverse che ciascuno chiama più o meno stefania.

e oggi ho esistito una giornata beat, e maledetta ansia che rosica i pilastri della terra e non mi fa mai completamente.

martedì 14 aprile 2009

quarto piano.

oggi odio.

prendete una lettera di addio.
senza appigli, liscia come l'olio di ricino.
scritta in italiano, eppure così difficile da capire.
così imminente, ma subito bruciata al passato.

come leggere il manuale d'istruzioni di un elettrodomestico ormai rotto.

e scoprite che aveva magnifiche funzioni di cui voi non eravate a conoscenza.
un robot da cucina che, vi informa il manuale, poteva fare tutto ciò di cui avevate bisogno.
e voi lo usavate per snocciolare le olive.
riempiendovi la cucina di tutti quegli attrezzi monofunzione che vi sembravano indispensabili.

(un robot da cucina. ahah.)

proprio ora che ho fame, e la fame mangia lo stomaco come la rabbia, oggi odio.
il robot che mi ha nascosto i suoi tasti.
la mezzaluna che non sa impastare e il frustino che non sa sminuzzare.
me che non so ancora fare a meno di nessuno.

se avessi la garanzia, quasi quasi sarei tentata di vedere se davvero lui basta e avanza.
ma ho paura della pubblicità. ho paura che sia falso. ho paura che sia tardi.

prendete una lettera d'addio senza domande.
l'unica risposta è uscire dalla finestra della cucina
.

l'apnea della provincia.

i fiori della ruggine, fotografati in molteplici angolazioni, si rivelarono molto scontrosi.

ho detto le cose che dovevo dire, con il tono di voce che volevano fosse usato.
ho anticipato le cose che si aspettavano e lasciato correre ove previsto.
ho brindato al prestigio, ubriacandomi nella mia diseguaglianza.

poi l'ho portato nel parcheggio, e le lamiere dei transformers non ci hanno fatto da letto.
sul muro abbiamo livellato il sud e il nord del mondo, e tutto il resto è letteratura.

l'apnea.

come ho fatto ad arrivar fin qui?
ancora oggi, mentre respiro mediocrità e glicini, non riesco a darmi un senso.

sabato 11 aprile 2009

galassie in affitto.

nella casa degli specchi ci siamo distorti in tutti modi, e alla fine non ci ricordavamo più come eravamo fatti.
è una storia lunghissima, mi stanca anche solo pensarla. mi stanco io, mi stanchi tu.
non sai cosa ti sei persa. bravo, è vero.
so di aver perso, ma non so cosa. quindi sto male relativamente.
la tua vittoria del negarti ti fa festeggiare da solo.
pulisco l'aria e cambio soggetto.
ciò che ho visto in fondo mi è piaciuto, ma mai abbastanza.
sono cortomirante, forse, ma non così stupida.

mi mancherai, certo, ma non ne avrai sostanza.
asciugai lutti nei corridoi delle mie stanze e non piansi sul monumento ai caduti neanche un petalo.
ti dimenticherò, certo, non per questo sarai meno importante.
ci hanno insegnato a toglierci i chiodi a risorgere, e le stigmate diventeranno rughe.

amore mio, dalla casa degli specchi siamo usciti spaccando i vetri. raccogliamo schegge, insanguiniamoci le dita, sorridiamo nel riflesso del nostro viso liberato.

la tua galassia in espansione, e io ti auguro solo il meglio.

ricomincio a cercarmi.

giovedì 9 aprile 2009

ora vedo, il dopo.

il mio commiato sarà una lettera di finto testo, perché non scrivo più per voi.
libero il mio ufficio dai fogli e dalle bottiglie rotte. vi lascio un paio di metafore appiccicate sotto la scrivania.

18-55.

emigrerò in argentina come i nostri padri. o nelle miniere del belgio come i siciliani che amo ascoltare. sentirò i fischi dei surfisti delle hawaii, e quelli dell'orient express, dove servirò calici di napalm. a sciogliere i nodi in polinesia, a intrecciare fili d'erba nel nord. su isole sbriciolate nel mare a microonde, sulle circonvallazioni delle bidonville a aspettare la novanta, senza estasi, senza solennità. la fame di vivere è il piatto tipico locale. la nausea di esistere che curo masticando travelgum e chilometri. piegare orizzonti riluttanti, intessere le latitudini alle linee del mio palmo, e sulle lancette della bussola leggere solo l'ora della partenza.
dove il cuore scomposto nei cinque continenti, e noi non andremo mai a pezzi perché non siamo mai stati insieme.
mi mancherà solo la voce di mia madre e il sapore dell'olio d'oliva.

ti manderò cartoline senza parole, morse ai bordi come ho morso i tuoi lobi, e i tuoi occhi saranno ogni volta oggetto di studio per gli oceanografici.

alla fine di questo viaggio, mi unirò alle paperelle di gomma che si sono buttate dal cargo e ora navigano compatte in acque internazionali.
e si tengono ben lontane da tutti i porti del mondo.

dove so che tu ci sarai.
ad aspettarmi.
a farti ricordare.

mercoledì 8 aprile 2009

lampi di pelle.

prendimi per mano e fammi vedere cosa mi sono persa.
portami a fare un giro negli anni che mi hanno vissuta, mentre io opponevo resistenza. raccontami le scene senza dialoghi, perchè sono diventata cieca a furia di starvi ad ascoltare. sono diventata cieca perchè vi ho ascoltato troppo.
portami dagli amici che ho perso, da quelli ho lasciato e da quelli che mi sono dimenticata di innaffiare.
prendimi la mano e mettici dentro il guinzaglio del cane nero.
il filo dell'aquilone che mi tiene ormeggiata a terra.

mi sono interpretata così bene che ora mi serve un copione per essere me stessa.
la verità ha scarso valore narrativo, e al mio funerale ci saranno tutti i miei amici immaginari.
l'ho fatto per voi, e nessuna buona azione resterà impunita.

andatevene tutti affanculo. il titolo del mio romanzo di formazione.

alla tua.

io non so quanto effettivamente capisca quando dice di aver capito.
comunque sto atipicamente bene, e dissolvo questo dubbio poco cotto nella seconda bottiglia. beviamo un sorso dell'annata del 2005, e apprezziamo il gusto chinato dell'uva che abbiamo pigiato insieme. 
così, all'improvviso ancora noi. o meglio io e te. c'est different. 

viaggiamo da un emisfero all'altro, perché no?
che sia del mondo, che sia del nostro cervello, insieme ce n'è per divertirsi, almeno.

insieme, ma io più io.

lunedì 6 aprile 2009

yoga.

stare in piedi a testa alta di fronte a te.
questa è l'asana più difficile.

nessuna esposizione di compensazione.

l'apice dell'apoteosi del servilismo all'italiana. 
il gioco dell'idolatria.
lettere di licenziamento scritte con l'inchiostro simpatico, che non si sa mai.
parole d'amore senza conservanti, che se le rimangi non ti fanno male.
e sono biodegradabili, come i rifiuti organici.
smemorati, ingenui o troppo furbi, rassegnati.
aspetto il tram mordendo il bordo dello sgabello pieghevole. e penso a come si dice balena spiaggiata in tedesco. tutto quello che penso è come si traduce balena spiaggiata.

tanto non mi ricordo neanche la mia lingua madre, ormai.
ascolto troppo rap. parlo troppo silenzio. leggo troppo poco.
o sono finite le persone con cui usare parole rare.

non scriverò mai come una giornalista. non sottolineerò la sofferenza altrui.
non vi racconterò la guerra, perché starò facendo da scudo a qualcuno. 
non vi parlerò del terremoto, perché starò raccogliendo le macerie.
non vi aggiornerò sull'omicidio, perché starò porgendo fazzoletti a chi piange.

non sarò io a farvi la cronaca, perché non guardo in quella direzione.

al massimo, sarò l'unica fotografa al mondo che si mette in posa quando scatta.
per farvi più contenti, per farvi stare più male.

in un altro sistema, in un'altra vita, cospirazioni di simboli e manciate di realtà da dare in pasto alle domande.
la busta paga è accanimento terapeutico.
voglio uscire dal coma, entrambe le porte mi vanno bene.



der gestrandete Wal. gut. ora non mi resta che aspettare anche greenpeace.

venerdì 3 aprile 2009

l

mandavamo sms in avanscoperta.
con le parole costruivamo avamposti.

come quanto ti ho scritto che ti stavo impollinando con gli occhi.
ti ho espugnato in rivoli d'inchiostro. deflagrazioni i tuoi battiti, sotto le mie lettere d'amore arate dalle tue pupille.

eri già mio quando ho mandato il corpo a prenderti.

e il mio trofeo di guerra, essere conquistata, invasa, rasa al suolo.
così vicina al segreto massimo dell'universo e dell'atomo.

nel mio arsenale, ora, anche il silenzio.
e di tutte le parole forgiate solo per te, tornami.

e grazie.

giovedì 2 aprile 2009

la traiettoria del nostro incontro.

se io proiettile, tu grilletto.

se tu proiettile, io bersaglio.


(seduti a riva, nel paese dell'infanzia, coi piedi a mollo.
mi disse: guarda. la superficie è nera e immobile. sembra che non succeda niente. ma sotto ci sono delle correnti così forti che spostano le rocce da una sponda all'altra e cambiano la forma del fondale.


sii come questo lago)


e un giorno la paura avrà paura di te.

chi mi dice ti amo/escluso il cane.

concentrazione a oltranza. come la sentinella infreddolita e stremata, di notte sul carso. a sberle per stare sveglia e vigile, presente nell'adesso. che appena abbasso la guardia i pensieri mi scappano dalla presa come cani rabbiosi, che non rispondono più ai comandi. e vanno a sbranarmi i polmoni. si contendono l'intestino. riducono a brandelli le pareti dello stomaco. che quando poi riesco a staccarli e rimetterli a cuccia, dentro mi è male che fuori sono inservibile.


i pensieri sono il miglior amico dell'uomo.

mercoledì 1 aprile 2009

se proprio volete sapere.

sono qui che quasi soffoco in serra china sul vaso per vedere germogliare il basilico quando sento uno spiffero sul collo. mi alzo con le gambe atrofizzate, corro a controllare le pareti. le finestre sembrano a posto. le vetrate non hanno crepe, il silicone è inalterato. magari mi sono sbagliata. ritorno in fretta sul vaso. se smetto di piangerci sopra per un attimo c’è il rischio che il semino lo prenda come pretesto per ricattarmi. lasciarsi morire e dare la colpa a me. solo il pensiero mi fa mancare il respiro. strizzo gli occhi per recuperare le gocce perse. guardo la terra cercando di intravedere un minimo accenno. forse non se ne è accorto. speriamo.
passa un po' e sento di nuovo lo spiffero. questa volta mi sembra anche più forte di prima. d'istinto, mi curvo sul vaso. resto così, a fargli da scudo, finché non son sicura che sia passato. mi risollevo e piango forte. così posso allontanarmi per ricontrollare. da dove viene questo spiffero. non capisco. esamino tutto il perimetro, arrivo fino alla porta. murata dall'interno, come l'avevo lasciata io. senza la minima fessura. anche il soffitto è ermetico, il pavimento perfettamente isolato. ho lavorato alla serra per tutta la vita. certo, è possibile che la struttura si alteri, ma è molto raro. e comunque, la riparerei subito. però qui, non vedo proprio niente che non vada. è tutto a posto. molto strano.
torno sul vaso, mentre riprendo la mia costante irrigazione ripenso allo spiffero. chissà da dove entra. poi smetto di pensarci. forse me lo sono solo immaginata. sarà un po' di stanchezza. scusami, mio amato semino, mio prezioso germoglio. torno a concentrarmi su lui. solo su di lui. il mio reticente, capriccioso, superbo basilico che imbocco di lacrime.

martedì 31 marzo 2009

come il cinese.

in qualunque posizione lo abbraccio, la sua testa è sempre dalla parte dei capelli. 
come il versante lunare che si vede dalla terra.
lui che ha accesso alle stanze di velluto.

ultimo passo attorno al cratere. fra poche ore rialzo il sipario, promesso.
mi fa godere un casino che il mio colore preferito si chiami verde vescica.
e che la parola chiave nei miei discorsi con c. sia consapevolezza.
e lei capisce e dice sempre sisi.
non si.
sisi.


sei come un cinese.
perché lavoro anche di notte e tendo al giallo?
no, perché parli solo con quelli della tua razza e le tue emozioni sono imperscrutabili.

ancora la cartavetrata, ancora lo sbigottimento, ancora i rintocchi di chi bussa alla porta.
mi date fastidio, ma vi capisco, alla fine.
se fossi voi, lo farei anche io. 

domenica 29 marzo 2009

ruvida.

lo sfasamento da jet-lag intercontinentale per aver fatto due passi tra i miei pensieri.
solo quando richiamo casa con la voce da drogata mi accorgo di non aver aperto bocca per tutto il giorno. si si sto bene, sarà l'ora legale. e così ceno alle sette che poi sono le sei, e non mi cambia molto perchè tanto vado di latte, biscotti e marmellata. e mangio con gli occhiali senza lenti e il cappello a cilindro perché mi va proprio bene così.

mi farebbe piacere cenare con te in settimana.
anche a me.
farebbe piacere cenare con me, intendo. solo che mi invito raramente, e ancora più raramente accetto. ma forse è proprio per questa esclusività, che quando mi succede di essere a cena con me è proprio piacevole.
roba che mi scoperei tra l'antipasto e il primo, e non è escluso che.
ah ah.
ruvida. altro che giovanilismo cattivello. l'unica rivalsa adolescenziale che prendo in considerazione è l'ernia al disco di biancaneve.
a pugni finché non ci sanguinano le nocche.

tra stage diving, leggerezza e besce barabba.
il cloro per lavarsi via l'odore di leonca.
l'accento romagnolo e quello stile di vita che guardiamo con l'acquolina agli occhi.
forse è solo la cortesia di essere persone al presente.
ostinarsi a resistere nel momento.
difficilissimo.

ruvidissima, adesso.

io e la mia fedeltà.
io e la mia gelosia.
ora sono io.
mi tengo solo per me.
mi faccio impazzire.

ciao a tutti, e ricordatevi: siate presenti.

venerdì 27 marzo 2009

martedì 24 marzo 2009

de profundis.

mi tagliai i capelli per distrarre l'opinione pubblica dalle pulizie etniche in corso nel mio cervello. 

continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai.

lunedì 23 marzo 2009

rotazione e non rivoluzione.

la presa di coscienza alla gola.

nei sordidi sottoboschi dei pensieri domenicali, con la solitudine che è l'esponente n alla costante del malessere, quando parte il dubbio.

l'assenza di prospettiva. non vedi la fine, l'orizzonte, l'obiettivo perchè la strada gira su se stessa.
e allora vaffanculo, ho sorriso con gli occhi chiusi appoggiati al cuscino. 
vaffanculo a tutto l'universo.

dove cazzo pensi di andare, se anche il pianeta dove vivi gira in tondo?


(silenzio)


lasciate entrare il cane nero, anima luce cortisone.
la cartapesta dei quotidiani che ci fanno sospirare. la lavanda gastrica nei biscotti al burro. le madonne di dodici metri sui muri, scrostate dalle bestemmie che scrivo a te negli sms. il tuo nome che è diventato il mio monologo. issimo che mi chiede se so recitare e io che gli rispondo sono nata donna e povera, come pensi che sia arrivata fino a qui se non avessi saputo farlo. così bene che non vincerò mai un oscar. gli sprechi che stanno alla base e la carne della terza età. l'iride della mia amica, le telefonate a casa.
la rivalsa che sta salendo e devo contrarre tutto per controllarla.
prendete tutto questo e fatene ciò che volete.
e per favore, un'ultima cosa. prima di uscire e chiudere la porta, lasciate entrare il cane nero.
che torni da me. che torni da me. 


giovedì 19 marzo 2009

poi la cassiera mi destò urlando lo sciopero è stato rievocato.

ieri, pochi minuti prima della chiusura del gs di farini, nel banco del ghiaccio della pescheria, ho visto una piccola stella marina.

con un braccino stringeva l'antenna di un gamberetto anemico.




non ho altro da dirvi.

mercoledì 18 marzo 2009

origami di lenzuola.

come quando lui mi aveva scritto roma è molto bella, e io gli avevo risposto sono io la tua capitale.

e lui mi aveva scritto bastarda.

capisci che dopo aver umiliato il mondo, non mi abbasso a bere dal vaso in cui hai guardato appassire il tuo tulipano ingrato.

ti sto aspettando a braccia aperte, ma tu devi stare più attento a come ti avvicini. 
se pesti una mina poi non puoi pulirti la scarpa sul bordo del marciapiede e proseguire.


oggi.

a te che mi restauri la faccia.
a te che arrivi con il sorriso e un mucchietto di semi.
a te che vedi oltre al muro e mi dici scavalchiamo, dai.

e io che vorrei darti tutto, e tutto quello che ho è oggi.
che poi non te ne accorgi, ma oggi dopo oggi, è già passato un anno.
le mie resistenze sono solo le parole, ma tu ti ci transenni dentro.

le case bellissime, la geometria a nostro favore, i brindisi a tutto quello che non si muove.
mi chiedo quanti solfiti conteniamo noi, alla fine.
sferragliano i treni dell'inconsistenza sui binari della quotidianità. le persone sono stazioni dove nessun sentimento sale. 
ho obliterato la mia mediocrità su un regionale che non effettua fermate intermedie tra la fame e la nausea, e non mi affaccio più al finestrino da quando il mio cane abbandonato non mi saluta con il fazzoletto bianco.

ti fotografo controvento, ti lascio le mie memorie scritte sul retro della cravatta.

metti il mio cuore in incubatrice e fissalo al di là dal vetro. cullalo, lavalo con il sapone neutro e tienilo tiepido nelle mani a conchiglia.
quel singhiozzo che chiamano aritmia.

martedì 17 marzo 2009

un bouquet di matite.

i brividi e le belle parole urlate. tutto molto pulito, felice e leggero.
le doppie negazioni che non si capiscono e le frasi lasciate cadere con studiata noncuranza, per vedere i pesciolini avvicinarsi, e magari catturarne uno.
la differenza tra essere romantici e essere poetici è nella direzione del gesto. (regalami un bouquet di matite dei colori che amo.) (se li sai, amerò te.)

il particolare che pochi colgono. ed è lì solo per quei pochi che se lo meritano, infatti.
per il resto, non vi preoccupate. 
si elargiscono copiose manciate di becchime, statemi pure vicino.

lode ai cani randagi che sbranano gli astanti.
lode ai cani.


lunedì 16 marzo 2009

protestiamo contro l'ente oroscopi.

a v si può dire tutto. soprattutto mentre lei con la classe innata delle muse inconsapevoli ordina il bicchiere di porto. con la torta più buona tra gli anfratti del lago di como. aderisco unanime al progetto cv, aderisco entusiasta alla mia esecuzione capitale. poi penso così forte che mi gira la testa. che se potessi non parlarvi più, lo farei, maledetti voi.
comunque, v è d'accordo.
e io sono d'accordo con lei, quando vuole protestare contro l'ente oroscopi, che su certe cose non ha capito un cazzo.
ed essere così vicini a chi.

mentre il lago si metteva di tre quarti per vanità, e io so che è la letteratura che ci ha rovinate.
e v sa che se io fossi un uomo, l'avrei sedotta come non ho ancora fatto mai.

domenica 15 marzo 2009

è caduto un punk.

tutto comincia con la via che vogliamo dimenticare e le macchie sul pavimento, patrimonio genetico delle piastrelle. un interludio sulla convenzione di ginevra, che sono io. le parole i patti gli accordi segreti e le etichette. perchè se chiamo spinaci la torta margherita per te che la mangi non è lo stesso. e mi verrebbe da dire stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, ma evito. io che avrei fatto volentieri l'itis, per installare guarnizioni ermetiche ai tuoi condotti lacrimali. poi ci sono spostamenti complicati, e conversazioni a matrioska. e i peggiori veleni della lidl, che quanto mi piacciono tanto poi vorrei lavarmi lo stomaco come lavo le mie mani. state attenzione ai scale. e poi sul divano sfatti, ci giriamo giusto in tempo per commentare obiettivamente che è caduto un punk.

sabato 14 marzo 2009

venerdì 13 marzo 2009

enimol

da adesso, perché prima ero malissimo.
apriamo il mondo, tiriamo i dadi e giochiamo bastardi. è togliendoci le corazze che ci siamo scoperti invincibili.

mi sento come se mi fossi fidanzata con la donna della mia vita.